Giovedì 4 giugno: “Il giovane meraviglioso”

Giovedì 4 giugno: “Il giovane meraviglioso”

Un’importante iniziativa sulla figura di Piero Gobetti, che abbiamo organizzato presso il Melo di Gallarate, in via Magenta 3, in collaborazione con l’Istituto Varesino per la storia del ‘900, giovedì 4 giugno alle ore 18:00.

 

Ha introdotto la conferenza il nostro compagno Ennio Melandri, del quale pubblichiamo di seguito il prezioso intervento:

In ricordo di Piero Gobetti

E’ una settimana di ricorrenze antifasciste. Il 2 giugno, nonostante un nubifragio che nella nostra
città si è messo di traverso, una sorta di rigurgito monarchico che ha avuto il potere di condizionare
il meteo, abbiamo ricordato il referendum che ottant’anni fa ha sancito la scelta repubblicana del
popolo italiano, per la prima volta senza distinzioni di genere o di censo. La grancassa mediatica
non ha avuto freni nel celebrare la nascita della Repubblica, con interventi che in alcuni casi sono
stati proprio fuori dalle righe, quando espressi da chi quasi quotidianamente sputa sulla Costituzione
che del 2 Giugno è stata il naturale coronamento, una Costituzione su cui per altro spesso è
chiamato a giurare nel momento in cui assume incarichi istituzionali.
Una scelta che ha segnato un discrimine, ma che oggi, fatta eccezione per l’enfasi di questi giorni,
quasi si snobba, dandola per scontata; ma che nel 1946 scontata non era, considerando che le
ultime elezioni si erano tenute nel 1924, ed erano state elezioni truccate, quelle che erano costate la
vita a Giacomo Matteotti; e considerando che da allora un’intera generazione era stata modellata
dalla propaganda di regime, con la violenza, l’intimidazione, il ricatto.
Oggi è il centenario di un altro crimine fascista, la morte di Piero Gobetti, ammazzato di fatto a 25
anni dalle botte subite sotto casa dalle squadre fasciste.
Torinese, nella città che allora era un vero e proprio laboratorio politico, la città del cosiddetto
biennio rosso, dell’occupazione delle fabbriche, dell’Ordine nuovo di Gramsci, Gobetti era stato più
volte in carcere e poi costretto a morire in esilio, in Francia, minato irrimediabilmente nel fisico
dalle percosse subite.
Giornalista, storico, filosofo, aveva tracciato un percorso tutto suo, che non era il bolscevismo che
aveva come modello la Rivoluzione d’ottobre, né il riformismo dei socialisti e non era neanche il
liberalismo che ci aveva consegnato il Risorgimento.
Anzi, da studioso del Risorgimento, ne aveva capito tutti i limiti, di un movimento minoritario,
costruito dall’alto in un paese che nelle sua storia non aveva mai vissuto una rivoluzione, né come
la Francia e l’Inghilterra, né come la stessa Russia.
“Una rivoluzione liberale” lo chiamò, e fu il nome che dette ai suoi articoli, al suo movimento. Una
rivoluzione costruita dal basso, dal popolo cosciente, dagli operai delle grandi fabbriche e dai
borghesi illuminati, consapevoli del ruolo che potevano e dovevano assumere nell’immediato primo
dopoguerra.
Il suo pensiero, pur a un secolo di distanza, è quanto mai di stringente attualità, oggi che il potere
politico in Italia si richiama sempre più esplicitamente al fascismo; oggi che il dibattito sul fascismo
sta interessando non solo la politica, ma la stessa storiografia, che ne ha dato e ne dà interpretazioni
contrastanti.
In pieno populismo berlusconiano, Umberto Eco nel 1995 in una celebre lezione in un’università
americana parlò di “fascismo eterno”, di una sorta di organismo mutevole che agisce spesso sotto
traccia per poi apparire con sempre maggiore virulenza quando gli antidoti si affievoliscono e
perdono di efficacia.
Fu una lezione che divenne un libro, che non tutti, anche nel campo dell’antifascismo, condivisero e
condividono. No, dicono, il fascismo non è eterno, se lo fosse vorrebbe dire che è invincibile, e chi è invincibile è anche inutile che si combatta. Se fosse invincibile non avrebbero senso le nostre
ricorrenze, i nostri 25 aprile, le nostre mobilitazioni. Il fascismo, dicono, è piuttosto il prodotto di
un momento storico, oggi non siamo più negli anni del ventennio, il mondo cambia e anche i
movimenti politici cambiano e ne cambiano le denominazioni.
Ebbene, già un secolo fa, in un momento in cui il fascismo si stava trasformando da movimento in
regime totalitario, Piero Gobetti aveva affrontato questo tema, si era interrogato sull’essenza del
fascismo.
Il fascismo ai suoi occhi era destinato a non essere una parentesi, non era una malattia intervenuta
in un corpo sano, una malattia che prima o poi sarebbe passata.
“Il fascismo è l’autobiografia della nazione”, lo definì. L’abbiamo prodotto noi, col nostro
individualismo, il nostro conformismo, i nostri compromessi, la nostra incultura.
E spetta a noi sconfiggerlo, mi viene da dire oggi
E’ per questo che in un anno di ricorrenze ricordiamo Piero Gobetti. Perché le sue parole e la sua
vita sono di drammatica attualità: ci dicono che non dobbiamo abbassare la guardia, che non
dobbiamo mai dare mai niente per acquisito, tanto meno la democrazia e la libertà che devono
essere sempre concepite come una conquista continua che si basa sulla responsabilità individuale e
sulla crescita culturale e sociale di un popolo.
Democrazia e libertà che quando sono in crisi hanno una sola terapia: la partecipazione.

 

prof. Ennio Melandri
prof. Giuseppe Nigro

 

 

 

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