Orazione ufficiale del prof. Luigi Ambrosi per la Festa della Liberazione a Gallarate

Orazione ufficiale del prof. Luigi Ambrosi per la Festa della Liberazione a Gallarate

Di seguito pubblichiamo il discorso del prof. Luigi Ambrosi presso il monumento alla Resistenza in Largo Camussi

La scorsa primavera, alcuni amici e compagni di Bologna, la città in cui ho studiato, mi hanno chiesto di scrivere sul rapporto tra antifascismo ed educazione, in occasione dell’ottantesimo anniversario della Liberazione. Si trattava di un contributo per la rivista “Gli asini”, fondata dal grande intellettuale ed educatore, recentemente scomparso, Goffredo Fofi. Ho accettato con entusiasmo per la mia passione politica, ma soprattutto per il mio ruolo di educatore, di docente a scuola e all’università, e di ricercatore di storia.
Quando mi sono messo di fronte al foglio bianco, però, ho provato smarrimento, perché si trattava di un tema complicato, pensando a quanto fosse acceso il dibattito nell’opinione pubblica, ma soprattutto ai miei alunni e studenti, adolescenti e giovani che vivono in un tempo così distante, non solo cronologicamente, dal fascismo e dalla Resistenza.
La prima cosa che mi è venuta in mente sono alcuni episodi accaduti in classe: un dodicenne senegalese che suonava alla tastiera il motivetto di Faccetta nera e – alla mia richiesta di spiegazioni – diceva: “non ha visto, Prof, il Reel su TikTok?” Oppure la ragazzina di origine maghrebine che mi chiedeva un’opinione su Trump e alla mia risposta “è un pericolo per la democrazia e per la libertà”, replicava “però almeno è contro gli LGBT”… e al mio successivo quesito “perché, non pensi che debbano essere rispettate le preferenze sessuali di tutti?”, concludeva: “perché altrimenti non nascerebbero più figli e il genere umano si estinguerebbe!”.
Così il rapporto tra antifascismo ed educazione ha assunto una concretezza ancora più difficile da affrontare. Mi sono chiesto, più precisamente: come educare all’antifascismo questi ragazzi vittime di stereotipi e luoghi comuni circolanti sul web e, spesso, provenienti da famiglie immigrate che non hanno nemmeno indirettamente una consuetudine con la tradizione civica della Resistenza? Una tradizione civica che, a dire il vero, con il passare del tempo e con la morte dei testimoni diretti, rende distante e difficile parlare di fascismo e di antifascismo alle nuove generazioni, nella loro totalità.
Da prof noioso mi sono risposto che prima di tutto ci vuole uno studio serio, che contrasti la banalizzazione dei messaggi presenti sul web, la diffusione di canzoni, video, meme, riferimenti che sembrano ormai sganciati – come tanti altri messaggi circolanti per la rete – dal loro riferimento reale e storico.
Tale studio, mi sono risposto – vestendo i panni ancora più noiosi del ricercatore – non può prescindere dalla verità più affidabile, quella accertata dalla ricerca scientifica, presente nei libri scritti dagli storici di professione e scaturita dal dibattito nella comunità degli storici. E la comunità degli storici ha ormai raggiunto dei punti consolidati che, tuttavia vengono trascurati o sottoposti alla tensione della propaganda politica del momento, anche la propaganda politica di chi crede nei valori dell’antifascismo, che distorce analogamente la verità storica.
In estrema sintesi e senza alcuna reticenza, poiché stiamo parlando di studio e non di propaganda, questa verità storica è: il fronte antifascista nella seconda guerra mondiale, nella Resistenza, è stato ampio, diversificato e contrastato al suo interno. Lo storico Claudio Pavone ha declinato la resistenza in tre conflitti: la guerra di liberazione dall’invasore, la guerra civile e la guerra di classe. Questo è un dato ormai assodato dalla storiografia, che però – non a caso – si è affermato dopo decenni di tensioni, in cui uno o più di questi conflitti veniva trascurato e deformato dalla propaganda politica, anche quella antifascista.
Tornando al nostro scopo educativo, non potremo che insegnare ai ragazzi di oggi che non tutti gli antifascisti avevano gli stessi obiettivi, anzi a volte avevano obiettivi contrastanti. I comunisti, ad esempio, che furono forza maggioritaria e determinante della Resistenza non lottavano solo per la liberazione nazionale, ma avevano un obiettivo di classe, di giustizia sociale, un desiderio di comunismo che non può essere nascosto, così come c’erano antifascisti democratici, cattolici, liberali, monarchici con ideali radicalmente anticomunisti.
Questa verità storica non toglie alcun valore alla Resistenza, anzi, la valorizza come sforzo unitario straordinario, di superamento delle differenze e delle ideologie, per contrastare la barbarie del nazifascismo.
Anche se è spesso strumentalizzata dalla destra al potere, la verità storica – per avere una sua efficacia educativa – non può essere edulcorata nella visione dominante attualmente, che stabilisce un’equazione tra antifascismo e democrazia liberale, che è frutto di uno dei fenomeni più insidiosi oggi, parente della banalizzazione, cioè il presentismo, l’appiattimento della verità storica alle immediate istanze del presente.
Sin dal frangente storico della Resistenza, antifascismo e anticomunismo si sovrapposero e, dopo la Seconda guerra mondiale, rappresentarono due fratture profondissime a livello internazionale. Per vari decenni, spinti dalle esigenze della Guerra fredda, molti antifascisti definivano fascisti tutti coloro che non erano comunisti, così come oggi la destra definisce comunisti tutti coloro che professano un netto antifascismo. Entrambi i giudizi erano e sono frutto di una battaglia politica che investe la storia, ma per educare le nuove generazioni ai valori dell’antifascismo, credo che non si possa prescindere né manipolare la verità storica.
E quali sono – mi sono chiesto – questi valori dell’antifascismo a cui educare per contrastare le nuove tendenze autoritarie e razziste, diffuse a livello globale?
Mi sono risposto che bisogna ripartire innanzitutto dall’uguaglianza tra gli esseri umani, sancita dal bellissimo articolo 3 della nostra Costituzione, poiché – come ha detto Luciano Canfora – l’essenza del fascismo è il suprematismo, la creazione di gerarchie tra gli esseri umani in base all’etnia, alla lingua, alla cultura, alla religione e a tutti gli elementi che fanno parte della loro identità.
Certo, anche la libertà è un valore importante, ma oggi è forse il valore antifascista più conteso, più strumentalizzato, più sottoposto alle tensioni della propaganda politica, che ne crea visioni e rappresentazioni radicalmente contrapposte.
Invocano la libertà i sostenitori del Free Speech, anche i magnati delle big tech come Elon Musk, che utilizzano questo concetto in senso assolutamente individualistico per distruggere qualsiasi parvenza di legame sociale, qualsiasi idea di collettività e quindi di responsabilità collettiva.
Invocano la libertà di non pagare le tasse, di possedere le armi e di usarle per portare la democrazia a popoli oppressi da dittature politiche e religiose tanti americani e occidentali, che pensano di superare la crisi economica e sociale arroccandosi in un’ossessione identitaria, senza riuscire ad accettare un mondo multipolare e la necessità di un dialogo interculturale, di una inevitabile contaminazione tra i popoli, che non può accettare limiti se non al prezzo di conflitti laceranti.
Non è certo la nostra idea di libertà, questa, ma non possiamo negare che sia un’idea di libertà forte, forse oggi più affermata della nostra, che vuol dire libertà in un contesto di solidarietà tra esseri umani uguali nei diritti.
Per questo, mi sono risposto – con tutti i dubbi che assillano una persona che vive un tempo così difficile e per certi versi inaspettato –, quella libertà deve trovare necessariamente una radice nell’uguaglianza e nel rispetto di tutte le diversità che la compongono.
Non vi posso nascondere che a volte questi dubbi – da storico – investono anche l’opportunità di usare il termine “fascismo” e, quindi, “antifascismo” in modo astorico, cioè come una categoria che vada oltre il periodo storico in cui è nata. È utile? È appropriato usare il termine fascismo per indicare le nuove odiose forme di discriminazione e oppressione degli esseri umani su altri essere umani?
Devo ammetterlo: ho l’impressione che per fenomeni nuovi sarà necessario – prima o poi – trovare parole nuove, quindi – per fare un esempio – non so se sia adeguato – e sufficiente! – definire “fascisti” coloro che sostengono la remigrazione. Il contesto storico è completamente differente da quello del Ventennio. La remigrazione, infatti, questa subdola quanto brutale teoria, è sorta e ha trovato linfa in una società completamente diversa da quella che ha visto nascere il fascismo e il nazismo, anche se si nutre dello stesso suprematismo, della stessa ossessione identitaria, della stessa volontà di stabilire una gerarchia tra gli esseri umani.
Voglio dire che definire “fascista” un fautore della remigrazione, a volte, mi sembra addirittura riduttivo, poiché – considerata la “storicità” del termine – comprensibile pienamente – sottolineo pienamente! – nei contesti nazionali e dalle persone che studiano adeguatamente quel momento storico.
In altre parole, voglio dire che fascismo e antifascismo sono termini astratti e distanti – come tutti i termini storici –, soprattutto per tanti giovani e lo sono ancora di più per gli italiani di seconda generazione che popolano le nostre scuole e le nostre città.
Probabilmente saranno proprio questi giovani, che si sono mobilitati in migliaia contro il genocidio in Palestina, per difendere la Costituzione, sotto lo slogan “NO KINGS”, a trovare nuove parole per descrivere e contrastare l’autoritarismo e il suprematismo di oggi.
Vorrei concludere questo mio discorso – poco rituale e per niente celebrativo – invitando tutti ad andare alla radice delle cose e, in attesa di nuove parole di uguaglianza e di trasformazione sociale, rendere omaggio a tutti coloro che hanno lottato nella Resistenza contro il nazifascismo, che oggi assume nuove forme – come quella della remigrazione – per minacciare la nostra convivenza civile.
Viva la Resistenza!

prof. Luigi Ambrosi, docente in una scuola secondaria di I grado di Gallarate e docente universitario a contratto alla Statale di Milano

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