DOMENICA 30 NOVEMBRE – COMMEMORAZIONE LUCIANO ZARO
Buongiorno a tutte e a tutti e grazie di essere qui a ricordare l’assassinio di Luciano Zaro.
Anpi ne promuove ogni anno la commemorazione, qui davanti alla lapide dedicata al suo sacrificio, per un compito che giudica essenziale: contribuire a mantenere viva la memoria di coloro ai quali dobbiamo la libertà di cui godiamo. Una libertà che ci hanno dato due volte: aiutando le truppe alleate a sconfiggere il nazifascismo e guadagnandoci quella dignità che ci ha evitato il destino di occupazione e divisione che dopo la guerra è toccato alla Germania.
Luciano Zaro, nato a Gallarate il 22 luglio del 1924, fu ucciso dai brigatisti neri a Gallarate, appena ventenne, per il sospetto di essere collegato alla Resistenza. Il 24 novembre una squadraccia fascista, guidata dal maresciallo Crosta, invase la sua casa, a tarda sera, alla ricerca di armi, in seguito a una segnalazione estorta ad un amico con la tortura. I brigatisti intimidirono in ogni modo Luciano e i suoi familiari e misero tutto a soqquadro, ma le armi non furono trovate. Il maresciallo Crosta decise allora di arrestare il giovane Zaro ma, mentre questi si apprestava a indossare il cappotto per ripararsi dal freddo della notte, visto lo scompiglio che si era creato tra i famigliari, esplose proditoriamente alcuni colpi di rivoltella contro Luciano e lo uccise sotto gli occhi della madre.
Il maresciallo Crosta, membro della famigerata Brigata Gervasini, attiva nella Provincia di Varese, e autore anche dell’uccisione del partigiano Angelo Pegoraro, fu tra coloro, non molti per la verità, che pagarono con la vita per le proprie gravissime responsabilità. Venne infatti giustiziato il 25 aprile 1945 dai partigiani che avevano occupato la ex-sede del Fascio (Palazzo Minoletti) di piazza Garibaldi, dopo un processo conclusosi con relativa condanna capitale.
Nel 2022 la prof.ssa Foglia, nel tenere questa stessa commemorazione, aveva già avuto modo di puntualizzare cosa fossero le Brigate Nere e quante fossero le organizzazioni che, anche nella nostra zona, agivano con intenti repressivi del movimento partigiano durante la RSI. In quella occasione non aveva mancato di esprimere la sua viva preoccupazione per l’esplicito richiamo a questo triste passato da parte di alcune organizzazioni dell’estrema destra, attive nel nostro territorio, e non aveva mancato di rimarcare la sottovalutazione del fenomeno, al limite del lassismo, da parte delle istituzioni.
Oggi possiamo dire che queste preoccupazioni sono ancora attualissime, e sono anzi rafforzate dal dilagare, nel cosiddetto mondo democratico occidentale, di istanze reazionarie e xenofobe. Ne abbiamo avuto una chiara manifestazione anche nella nostra città, quando è stato ospitato al Teatro Gassman un convegno del “Remigration summit”, un movimento che si propone di allontanare gli immigrati dal suolo europeo per scongiurare la cosiddetta “sostituzione etnica”, sostenendo tesi antistoriche e realisticamente inapplicabili, ma utili a seminare paura e odio nella società, utili a creare condizioni di marginalizzazione e sfruttamento e utili, in ultima analisi, a favorire l’emergere di classi dirigenti dispotiche e autoritarie.
Di fronte a questi fenomeni è inevitabile chiedersi perché giovani uomini (e incredibilmente anche qualche giovane donna) facciano proprie pulsioni così mortifere e tristi invece di scegliere la dimensione dell’apertura, della curiosità e della solidarietà umana e ci si può solo augurare che restino una minoranza. E su questo le mie considerazioni potrebbero anche finire, se non fosse che Gallarate è stata in questi giorni teatro di un fatto gravissimo: un uomo, sposato e padre di tre figli, non ha trovato miglior modo di dare corpo ai suoi fantasmi che assalendo e violentando una donna intenta ad andare al lavoro. E poiché, fra moltissimi casi di maschi violenti e italianissimi, in questa circostanza si è trattato di un gambiano, il drammatico evento ha dato occasione alla stessa accozzaglia di sigle dell’ultradestra di darsi appuntamento di nuovo nella nostra città per riproporre il loro inaccettabile razzismo. Così, in nome di una malintesa libertà di espressione, oggi pomeriggio il centro sarà bloccato, per lasciare campo libero a personaggi certamente pericolosi e la nostra città sarà nuovamente oltraggiata da esternazioni in pieno contrasto con i principi costituzionali.
Per questo, mentre indirizziamo tutta la nostra vicinanza e solidarietà alla signora così gravemente lesa nella sua integrità e dignità, ci auguriamo che in futuro emerga da parte delle istituzioni un orientamento più fermo nel contrastare questo genere di manifestazioni.
Fortunatamente ci sono altre giovani donne e altri giovani uomini che non solo si ribellano contro le ingiustizie o la corruzione dei loro paesi, ma prendono la parola e scendono nelle strade esponendosi a difesa della giustizia ovunque venga offesa, come hanno dimostrato le manifestazioni per Gaza, non l’unico luogo in cui l’autodeterminazione dei popoli è ignorata, ma certo quello in cui è offesa nel modo più plateale.
Chiuderò ricordando un’altra morte violenta, consumata 50 anni fa nel segno dell’arbitrio del potere: il 2 novembre del 1975 veniva spezzata sul lungomare di Ostia la vita di Pier Paolo Pasolini, intellettuale critico, poliedrico e assai scomodo, oggi oggetto anche di qualche “appropriazione indebita”. Fu un assassinio premeditato e profondamente “politico” su cui non è mai stata fatta piena luce a causa di troppi depistaggi.
In sua memoria prendo a prestito le parole con cui Claudio Agostoni lo ha recentemente ricordato su Radio Popolare: “Un elemento unificò tutta la sua produzione artistica: l’ostinato tentativo di arrestare l’imbarbarimento dei ceti popolari e di proteggerli dal dilagante inquinamento culturale. Pasolini cercava disperatamente di salvare la purezza di quella classe sociale di proletari e sottoproletari che ancora erano incorrotti dal pensiero egemone della cultura dominante”. Forse questi riferimenti sociali di Pasolini sconfinavano già ampiamente nel mito letterario, ma certo è di grandissima attualità l’esortazione a rifiutare l’omologazione ad una cultura che ci vorrebbe tutti sudditi acritici, consumatori arroccati nel privilegio e incuranti dei destini del mondo.
Dunque, anche se in questo momento il disordine ci appare soverchiante, manteniamo saldi i nostri principi, e continuiamo ad impegnarci per la giustizia, la libertà, l’eguaglianza, la parità di genere, il rispetto per i viventi e per l’ambiente, la solidarietà e, sopra a tutto, la Pace. Continuiamo a difendere la nostra Costituzione e ad operare perché i suoi Principi Fondamentali trovino effettiva attuazione, realizziamo le speranze dei partigiani e delle partigiane e lottiamo idealmente con loro per un mondo migliore.
W la Resistenza
W la Costituzione.
Guja Simona Baldazzi
Gallarate, 30 Nov. 2025
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