DOMENICA 26 GENNAIO 2025 – GIORNO DELLA MEMORIA – GALLARATE

DOMENICA 26 GENNAIO 2025 – GIORNO DELLA MEMORIA – GALLARATE

 

CELEBRAZIONE GIORNO DELLA MEMORIA

A GALLARATE

DOMENICA 26 GENNAIO 2025

ORE 11.00

CIMITERO MONUMENTALE

VIALE MILANO

 

L’ANPI di Gallarate, fedele ad una consuetudine a far data dall’istituzione del GIORNO DELLA MEMORIA, con legge 20 Luglio 2000 n. 211, promuove ed organizza l’evento, invitando TUTTI i cittadini, le Istituzioni locali, le Scuole, le Associazioni territoriali, i Sindacati, i Partiti democratici, a partecipare, nel ricordo di quanto avvenuto in un triste passato che si auspica non debba più ripetersi, ma che non può darsi per scontato per sempre.

 

MAI PIU’ CHE SIGNIFICA

MAI PIU’ PER NESSUNO

 

La manifestazione si svolgerà con inizio dal cancello di ingresso del Cimitero, proseguendo all’interno dello stesso, con omaggio al Sacrario dei Caduti di tutte le guerre, per concludersi alla Tomba dei Partigiani e Deportati, con l’introduzione del Pres. di ANPI Gallarate Mascella e la prolusione della Dr.ssa GUJA BALDAZZI.

Per non dimenticare. Mai.

Gallarate, 22 Gennaio 2025.

Qui di seguito l’Orazione ufficiale pronunciata da Guja Baldazzi per conto di ANPI Gallarate:

 

GIORNO DELLA MEMORIA 2025

Buongiorno a tutte e a tutti.

 

Cade domani, 27 gennaio, la data scelta dall’Onu, con risoluzione del 1º novembre 2005, come “Giorno della Memoria” per ricordare le vittime del nazismo e dell’Olocausto e per onorare coloro che a rischio della propria vita hanno protetto i perseguitati. Non è una data qualsiasi: era infatti il 27 gennaio 1945 quando il campo di Auschwitz fu raggiunto e aperto dalle truppe sovietiche della LX Armata del generale Pàvel Aleksèevič Kùročkin , impegnate, sotto la guida del maresciallo Ivàn Kònev, nella rapida avanzata dalla Vistola all’Oder.

 

Erano notti gelide quelle del gennaio 1945. I prigionieri in quei giorni venivano svegliati sempre più spesso da forti esplosioni, segnale del fatto che l’Armata Rossa si stava avvicinando. Il 18 gennaio, per paura di cadere nelle mani dell’esercito sovietico, i gerarchi nazisti avevano iniziato la ritirata, portando con sé più di 60.000 detenuti per un’ultima e terribile “marcia della morte” verso i lager dell’Ovest. Inoltre, avevano tentato di cancellare le tracce dei loro crimini facendo saltare i forni crematori di Auschwitz, dove erano stati bruciati i corpi di centinaia di migliaia di esseri umani. Quando le truppe sovietiche entrarono nel campo di sterminio, vi trovarono 7.000 prigionieri ancora in vita: erano quelli abbandonati dai nazisti perché considerati malati.

La scoperta del campo e le testimonianze dei sopravvissuti spalancarono le porte di quell’inferno sulla terra che i nazisti avevano saputo creare e rivelarono compiutamente per la prima volta al mondo l’orrore del genocidio perpetrato dai seguaci di Hitler, dai loro collaborazionisti e dai fascisti.

 

Dentro alla mostruosa macchina di morte nazista, capace di edificare Auschwitz, Dachau, Bergen Belsen, Mauthausen ed altre decine e decine i campi di disseminati per l’ Europa, erano finiti in tanti: gli slavi, abitanti del preteso “spazio vitale” del Reich, destinati ad essere schiavizzati; i molti “non conformi” semplicemente da cancellare: zingari, omosessuali, oppositori politici, portatori di handicap, poi anche i prigionieri di guerra; infine e soprattutto gli ebrei, ottimo “capro espiatorio” per i mali della Germania.  Alla ‘soluzione finale’ (così i nazisti definivano eufemisticamente l’eliminazione fisica di coloro che spregiativamente definivano “giudei”) si era arrivati attraverso un processo di progressiva emarginazione dalla società tedesca: le leggi di Norimberga del 1935 avevano legittimato il boicottaggio economico e l’esclusione sociale dei cittadini ebrei; la cosiddetta ‘notte dei cristalli’ del novembre del 1938, quando in tutta la Germania le sinagoghe furono date alle fiamme e i negozi ebraici devastati, aveva consolidato il consenso e accelerato la repressione; la Conferenza di Wannsee  del gennaio 1942, aveva posto le basi dello sterminio sistematico, fatto di ghettizzazione, rastrellamenti, deportazioni nei lager, lavori forzati, alimentazione insufficiente, assenza di cure ed infine eliminazione nelle camere a gas. Al termine della guerra saranno circa 6 milioni gli ebrei assassinati dalla furia nazista del Terzo Reich, con la collaborazione dei fascisti italiani, con loro mancheranno all’appello più di 500 mila zingari e ad un imprecisato numero di altre vittime.

 

È un pezzo agghiacciante della nostra storia che non può e non deve essere dimenticato, come non devono essere sottovalutati i tristi presupposti da cui tutto questo è scaturito. Mi riferisco all’ideologia della superiorità della razza ariana, ben presto adottata anche dal fascismo italiano, posta da Hitler, a partire dal libro Mein Kampf, a fondamento del suo progetto: quello di costruire uno Stato capace di dominare il mondo, proprio perché ‘purificato’ dai non ‘ariani’, iscritti senza tentennamenti alla categoria del sub-umano e dunque privati di ogni diritto, anche quello alla vita. Del resto il razzismo, ha radici antiche, ha ispirato o accompagnato molte fra le peggiori tragedie della Storia e, anche se sconfessato dalla scienza, non ha mai smesso di riproporsi; il fatto che forme di razzismo, di antisemitismo o di suprematismo, variamente declinate anche in modi camuffati e subdoli, si stiano rinforzando deve preoccuparci, spingerci a denunciarne i rischi per la civile convivenza e impegnarci a contrastarle.

Anche se le guerre, i conflitti etnici, le tensioni religiose, la corsa agli armamenti, le pulsioni autoritarie e la competizione fra gli Stati non ci hanno mai veramente lasciati, abbiamo alle spalle un lungo ciclo, avviato alla fine della II Guerra mondiale, caratterizzato dalla costruzione di organismi di governo e di cooperazione internazionale o quantomeno dal riconoscimento della necessità di lavorare in questa direzione. Abbiamo imparato a considerare la democrazia, le libertà individuali, il rispetto dei diritti umani, la tensione verso una maggior giustizia sociale, la tutela dei più deboli, la ricerca della pace come valori positivi, magari lontani dall’essere realizzati, ma verso i quali tendere. In tempi più recenti, abbiamo aggiunto l’attenzione all’ambiente e agli animali, ai diritti delle minoranze, alla parità di genere.

Oggi questo universo valoriale, che è un sistema organico, appare non solo pesantemente minacciato, ma anche svalutato e messo in discussione. E il pericolo non viene solamente da qualche sprovveduto nostalgico, quanto piuttosto da una politica che, pur di proteggere un sistema ingiusto e ineguale, diffonde paura per la diversità, diffidenza per lo straniero, disprezzo per il più sfortunato e allarme per il dissenso. Da una politica che mentre sconfessa e ignora gli organismi internazionali, preferisce la competizione alla collaborazione, l’imposizione alla mediazione, la costrizione della norma alla libera espressione della personalità. Non possiamo che essere vivamente preoccupati: in un quadro di questo genere ogni abuso è legittimato e il prossimo genocidio, se non è stato già pianificato, è certo possibile.

 

Con l’ottimismo della volontà, guardo con soddisfazione alla nostra presenza qui, oggi, a commemorare certo, ma anche a ribadire i principi in cui crediamo, il cui riverbero sui fatti dell’attualità è inevitabile. Per quanto mi riguarda al primo posto metto le ragioni della Pace e dunque propongo il mio utopistico e parzialissimo, elenco di speranze, compilato in ordine cronologico:

  • penso al conflitto fra Russia e Ucraina, che mai avrei voluto vedere, e spero in una pace giusta, che rispetti la sicurezza dei contendenti, le risoluzioni internazionali da tempo assunte e il diritto all’autodeterminazione dei popoli;
  • penso al violentissimo attacco di Hamas, il 7 ottobre dello scorso anno, che mai avrei voluto vedere, e spero nel ritorno degli ostaggi israeliani rapiti;
  • penso inevitabilmente al destino della popolazione civile palestinese, travolta dalla feroce e distruttiva reazione di Netanyahu, che mai avrei voluto vedere, e spero in una pace giusta, che cancelli l’apartheid subito dai palestinesi, ne rispetti il diritto a vivere liberi nella loro terra e finalmente avvicini i due popoli.
  • penso infine al destino dei migranti, diventati armi di “distrazione” di massa, contro cui è in atto la guerra del mondo benestante contro i più diseredati, e spero in approccio più umano e pragmatico, che non affidi più a criminali senza scrupoli il compito di allontanare il problema dai nostri occhi.

 

E chiudo con un pensiero rivolto alle giovani generazioni, cui lasciamo una eredità davvero complessa: spero vivamente che la loro risata saprà seppellire le facce feroci dei troppi autocrati e dei troppi plutocrati che oggi soffocano il mondo.

 

Guja Baldazzi

Gallarate, 26 Gennaio 2025

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