Gallarate – Sabato 1 Ottobre – Posa in opera PIETRA D’INCIAMPO per Lotte Frohelich Mazzucchelli
In una mattinata clemente, le Associazioni ANPI e AMI di Gallarate hanno realizzato, alla fine di un percorso durato qualche anno, causa anche la pandemia nel frattempo intervenuta, il progetto della posa delle Pietre d’inciampo dedicate a tre vittime della persecuzione nazifascista.
Grande partecipazione dei cittadini e delle Istituzioni, a cominciare dall’Amministrazione Comunale, che ha voluto essere presente, dopo ufficiale richiesta, con il Labaro del Comune e con il suo Assessore Corrado Canziani, intervenuto con i saluti dell’Amministrazione.
Presenti alla celebrazione anche alcuni parenti di Lotte Froëhlich e Mario Mazzucchelli, tra cui il nipote Gian Andrea Mazzucchelli e la moglie Nella: Gianandrea è il figlio del fratello di Mario, Gian Piero. «Non sono stato un testimone diretto, ero troppo piccolo», ha raccontato, «in età adulta ne ho parlato spesso con lo zio Mario, che ricordando quei tragici giorni era sempre in uno stato di dolore e angoscia impressionanti. Della vicenda mi ha colpito la reazione che ha avuto quando, al processo a cui seguì la prescrizione, si trovò davanti agli occhi gli ufficiali della SS che avevano garantito che a Lotte non sarebbe successo nulla. Per lui fu come rivivere lo stesso dolore. Lo zio mi ha insegnato i valori della democrazia ed è ricordandoli è importantissimo che le pietre vengano messe per ricordare un periodo terribile legato alle stragi del nazifascismo».
Molte le presenze istituzionali, che evito di elencare per non dimenticarne qualcuna. Ringraziamo Ivano Ventimiglia per il suo apparato fonico, che ha permesso una maggiore udibilità dell’evento.
Ringraziamo anche le Allieve del Conservatorio G. Puccini di Gallarate (Marina Moro e Silvia Raniolo) che hanno eseguito alcuni brani in tema di Ferdinand Rebay, un apprezzato insegnante alla Accademia di Musica di Vienna, a partire dal 1921. Anche lui fu vittima delle persecuzioni razziali, ma sopravvisse allo sterminio. Alle ragazze il Pres. di Anpi ha consegnato una copia della Costituzione Italiana ed un ringraziamento individuale.
Dopo le brevi introduzioni dei Presidenti di ANPI Michele Mascella e di AMI Michele Rusca, si è data lettura del comunicato affidato ad Angelo Bruno Protasoni, che qui di seguito si ripropone:
Oggi, primo ottobre, è l’anniversario della nascita di Lotte Froehlich Mazzucchelli.
Di famiglia ebraica, era nata a Oppein, in Germania, il 1° ottobre 1904 e aveva sposato l’avvocato Mario Mazzucchelli, che la nostra città ricorda per impegno civico – fu anche assessore comunale nel dopoguerra – e per i suoi importanti studi storici.
Lotte ha perso la vita il 22 settembre del 1943 nella strage di Meina.
Non aveva ancora compiuto i 39 anni.
L’eccidio dell’Hotel Meina fu un capitolo, il più tragico, di una azione preordinata di sterminio razziale e di rapina che fra il settembre e l’ottobre del 1943 interessò tutto il versante piemontese del Lago Maggiore: 16 vittime a Meina, 14 a Baveno, 9 ad Arona, 4 a Stresa, 3 a Mergozzo, 2 a Pian Nava e 2 a Intra.
In totale, considerando anche le vittime di Orta e Novara, furono assassinati 57 ebrei.
All’origine di ciascuna di quelle azioni criminali c’era una schedatura da parte delle autorità fasciste o la denuncia di un delatore italiano.
Gli autori dell’eccidio erano ufficiali e soldati del Primo Battaglione SS del Secondo Reggimento della Divisione Corazzata Leinbstandarte Adolf Hitler.
L’irruzione all’Hotel Meina avvenne il 15 settembre 1943.
Furono arrestati tutti gli ebrei presenti in albergo in quel momento: i componenti di quattro famiglie provenienti dalla Grecia, sfuggite ai rastrellamenti di Salonicco e che si credevano ormai quasi in salvo, il barista ebreo italiano e Lotte Froehlich Mazzucchelli che era lì in visita alla famiglia di Alberto Behar, il proprietario dell’albergo.
Alberto Behar e i suoi famigliari, ebrei con passaporto turco, furono poi rilasciati grazie alla coraggiosa ed energica e protesta del Console di Turchia a Milano.
I sedici ebrei catturati – uomini, donne e bambini – furono trattenuti in stato di prigionia per sette giorni, tutti insieme in una unica stanza all’ultimo piano dell’albergo, in un irreale tempo sospeso: mentre a piano terra i militari tedeschi si ubriacavano e cantavano, là sopra i sedici prigionieri attendevano di conoscere la propria sorte.
La notte del 22 settembre i militari tedeschi prelevarono i prigionieri e, a gruppi di quattro, li condussero in riva al lago dove furono uccisi – uno ad uno, adulti e bambini – con un colpo alla nuca.
I loro corpi, zavorrati con pietre, furono poi portati al largo e sommersi dove l’acqua era più profonda.
Una parte dei corpi riaffiorò dopo alcuni giorni e i miseri resti furono riconosciuti dagli abitanti di Meina.
Solo nel 1968, venticinque anni dopo, grazie alla tenace e puntigliosa ricostruzione dei fatti da parte di un coraggioso Giudice tedesco, i tre comandanti delle SS responsabili delle stragi di Meina, Arona, Baveno, Stresa e Mergozzo furono processati e condannati all’ergastolo.
Ma già due anni dopo la Corte Suprema tedesca, accogliendo il ricorso degli imputati, dichiarò la pena prescritta e ordinò la loro scarcerazione.
Lotte Froehlich Mazzucchelli, ebrea sposata a un cittadino italiano, avrebbe dovuto trovare, secondo le assurde Leggi Razziali fasciste, una protezione.
Grazie al matrimonio con un ariano, la cittadina ebrea doveva essere discriminata e perdeva i diritti civili, ma era “un po’ meno colpevole” rispetto alle altre: non doveva quindi essere arrestata o comunque trattenuta in prigionia.
In questo caso – così come per l’altra vittima ebrea gallaratese, Clara Pirani Cardosi – non fu quindi neanche rispettato il miserabile patto che era stato stipulato fra il Governo fascista italiano e quello nazista tedesco.
Ci chiediamo tutti noi, oggi, come sia stata possibile – in Italia come in Germania – la crescita di un sentimento antisemita così forte da rendere giustificabile in alcune coscienze – o incoscienze – prima la discriminazione, poi la persecuzione, infine la deportazione in campi di sterminio, se non addirittura l’immediata eliminazione, di cittadini ritenuti di razza inferiore.
Eppure anche da noi, anche qui a Gallarate, si vedeva chiaramente il progressivo deteriorarsi di un sentimento di umana solidarietà, se non di fratellanza.
La schedatura in Municipio, la cancellazione dei diritti civili, la maestra che da un giorno all’altro spariva e non poteva più insegnare, i bambini che non potevano più frequentare la scuola, i beni sequestrati ai cittadini ebrei ….
Tutto questo era frutto di un sentimento – prima di diffidenza, poi di sospetto e infine di disprezzo, o addirittura di odio – che era stato alimentato nel tempo e per molti anni.
Era il frutto di una spregiudicata gestione dell’informazione, di una diffusione subdola di teorie razziali antiscientifiche, di una ricerca di un capro espiatorio che portava infine a indicare un colpevole, un nemico, una causa per i nostri mali.
Una azione di lavaggio dei cervelli e di propaganda che ha visto purtroppo, nella nostra provincia, anche alcuni attori che – per la veste che indossavano – non avremmo mai voluto vedere in quel campo.
Con la posa di questa terza Pietra d’Inciampo, a Gallarate, concludiamo oggi un primo cammino della Memoria che affidiamo ai nostri concittadini più giovani.
Sono decine i militari e civili gallaratesi, prigionieri politici e per motivi razziali, deportati e internati nei campi di concentramento e di sterminio in Germania.
Troviamo i loro nomi negli elenchi dei lager di Bremen, Lipsia, Forbach, Mannheim, Oberhausen, Dobritz, Widmen an See, Augsburg, Auschwitz, Harthaim, Mauthausen, Dachau, Minden, Flossemburg.
Troviamo anche un nostro concittadino, Egidio Checchi, fra gli assassinati a Roma, dai nazisti, alle Fosse Ardeatine.
E altri ancora, come Lotte che qui ricordiamo, sono stati passati per le armi sul posto in cui sono stati catturati, senza alcuna possibilità di difesa.
Questo primo percorso – che era partito da Via Mameli, là verso il rione di Cedrate, e che era arrivato in Via Palestro, davanti alle scuole – con questa tappa in Piazza Garibaldi unisce adesso il ricordo di Lotte Frohelich Mazzucchelli, vittima della strage dell’Hotel Meina, a quello di
- Vittorio Arconti, operaio e sindacalista deceduto per gli stenti e le percosse in campo di concentramento ad Harthaim il 29 novembre 1944;
e a quello di
- Clara Pirani Cardosi, ebrea, maestra elementare, uccisa in una camera a gas il 6 agosto 1944 nel campo di sterminio di Auschwitz.
Un operaio, una maestra elementare, una donna borghese.
Tre storie diverse per tre vittime gallaratesi di uno stesso odio razziale e liberticida che non vogliamo più rivedere nel nostro paese.
Per le foto dell’evento si rimanda al seguente link: qui

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