La casa in collina

La casa in collina

Titolo       La casa in collina
Autore    Pavese Cesare
Prezzo     € 10,00
Dati          2008, 172 p., brossura
Editore   Einaudi  (collana Super ET)


In sintesi
La storia di una solitudine individuale di fronte all’impegno civile e storico; la contraddizione da risolvere tra vita in campagna e vita in città, nel caos della guerra; il superamento dell’egoismo attraverso la scoperta che ogni caduto somiglia a chi resta e gliene chiede ragione. “Ora che ho visto cos’è la guerra civile, so che tutti, se un giorno finisse, dovrebbero chiedersi: “E dei caduti che facciamo? Perché sono morti?” Io non saprei cosa rispondere. Non adesso almeno. Né mi pare che gli altri lo sappiano. Forse lo sanno unicamente i morti, e soltanto per loro la guerra è finita davvero”. La grande intuizione delle ultime pagine de “La casa in collina” sarà ripresa e portata alle estreme conseguenze artistiche e morali nell’altro grande libro di Cesare Pavese, “La luna e i falò”.
La casa in collina, di Cesare Pavese, 1948, pubblicato insieme a Il carcere in Prima che il gallo canti.

Corrado, un professore di scienze di Torino, affitta una stanza in una casa in collina alla quale torna ogni sera per sfuggire ai bombardamenti aerei. La vicenda si svolge tra la primavera del ’43 e l’autunno del ’44 e vede Corrado ritrovare casualmente, mentre gira per la campagna con il suo cane, Cate, la donna con la quale ha avuto, otto anni prima, una relazione. Ella ha con sé un bambino, Dino (diminutivo di Corrado), che potrebbe essere il figlio del professore: la donna non dà spiegazioni e sembra essere più interessata a frequentare un gruppo di antifascisti che si riunisce all’osteria “Le fontane”. Corrado, invece, si affeziona al bambino e sembra liberarsi dalla sua voglia di solitudine e dalla sua paura di affrontare situazioni rischiose o di responsabilità. Quando, però, il gruppo di Cate viene catturato dai tedeschi e si organizza sulle colline la Resistenza, Corrado è ossessionato dal terrore e si rifugia insieme a Dino in un convento.Quando anche il ragazzo decide di unirsi ai partigiani, Corrado non ce la fa ad assumersi la responsabilità di una scelta così ardita, a causa della sua inettitudine, di una sorta di paralisi che lo blocca: tornerà allora dalla sua famiglia, nelle Langhe. Una volta a casa, dopo aver assistito ad una imboscata di partigiani contro i fascisti, aver visto i “morti sconosciuti”, comprende che, anche se cerca di star fuori dalla lotta,  ne ha la medesima responsabilità di chi vi partecipa e sente la vergogna del suo tradimento. Il protagonista arriva a concludere che la vita ha valore solo se si vive per qualcosa o per qualcuno.Molto toccante è la pagina finale del romanzo, quella in cui Corrado dice che “ogni guerra è una guerra civile”: “ho visto i morti sconosciuti, i morti repubblichini…guardare i morti certo è umiliante. Non sono più faccenda altrui, non ci si sente capitati sul posto per caso. Si ha l’impressione che lo stesso destino che ha messo a terra  quei morti, tenga noialtri inchiodati a vederli, a riempircene gli occhi…ci si sente umiliati perché si capisce che al posto del morto potremmo essere noi: non ci sarebbe differenza e se viviamo lo dobbiamo al cadavere imbrattato. Per questo ogni guerra è una guerra civile : ogni caduto somiglia a chi resta e gliene chiede ragione”.

( a cura di Rita Gaviraghi)

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