La 1ª brigata lombarda. Memorie del comandante Fagno. La Resistenza nel Gallaratese.

La      Resistenza      nel      Gallaratese      inizia      subito      all’indomani      dell”8          settembre       1943. Il Gallaratese fu una delle zone lombarde in cui il movimento resistenziale fu più intenso e continuativo. L’iniziativa di opporsi con le armi all’occupazione tedesca e ai fascisti parte da vecchi esponenti dell’antifascismo, ma trova immediata rispondenza in giovani e giovanissimi che non avevano mai avuto esperienza di lotta clandestina.

Il C.L.N. di Gallarate si costituì subito dopo l’armistizio ed entrarono a farne parte i rappresentanti di tutti i partiti antifascisti. Le prime operazioni furono dirette al recupero delle armi abbandonate dai reparti dell’esercito allo sbando o conservate in caserme fasciste o tedesche.

In questo modo si armano i primi gruppi, di orientamento soprattutto comunista, che oltre ad operare sul territorio stabiliscono presto contatti con le formazioni che si erano costituite sulle montagne della Valdossola e della Valsesia: le armi pesanti sequestrate ai fascisti vengono subito inviate in Val Grande, alle formazioni di Superti e Rizzato.

Il Gallaratese, territorio di pianura, si prestava in modo particolare ad azioni di tipo gappistico che appunto caratterizzano la prima fase della Resistenza locale. La zona, anche perché fittamente urbanizzata e per la presenza di forti contingenti armati fascisti e tedeschi a protezione delle importanti industrie belliche (Isotta-Fraschini), delle fabbriche aeronautiche (Caproni, SIAI Marchetti, Agusta), di aeroporti militari (Cascina Costa, Lonate Pozzolo), non presentava condizioni favorevoli alla costituzione di basi stabili per formazioni partigiane organizzate. Proprio però la presenza di tante industrie belliche e di presidi militari offriva all’attività partigiana importanti obiettivi da colpire soprattutto a fini di sabotaggio. I danni procurati dai sabotaggi al potenziale militare nazifascista fu enorme.

D’altra parte il Gallaratese, zona aperta verso la montagna piemontese, consentiva comunicazioni abbastanza facili e rapide con le formazioni partigiane di montagna dislocate in Valdossola e Valsesia. I contatti con i gruppi partigiani delle montagne sono intensi fin dall’inizio e continueranno a rafforzarsi per tutto il periodo resistenziale: ad essi si mandano i giovani che devono sfuggire ai bandi di arruolamento di Salò e gli uomini che si sono compromessi in azioni partigiane e per questo sono ricercati e non possono continuare ad operare in zona. Il rifornimento di armi, munizioni, equipaggiamenti, viveri alle formazioni della montagna furono uno dei compiti fondamentali espletati dalla Resistenza gallaratese.

Di enorme rilevanza fu di conseguenza il contributo della Resistenza armata gallaratese alla lotta contro il nazifascismo anche sotto il profilo strettamente militare, sia perché l’apporto di uomini ed i rifornimenti di armi e altri materiali rafforzarono le formazioni partigiane in montagna, sia perché le colossali distruzioni del materiale bellico del nemico indebolirono il suo potenziale militare. Non pochi partigiani del Gallaratese caddero sulle montagne dell’Ossola, specialmente in Val Grande durante il pesante rastrellamento del giugno 1944.

Nei primi mesi gli uomini impegnati nella Resistenza nei paesi del Gallaratese non vivono nella clandestinità, conducono una vita apparentemente normale, conservano il loro posto di lavoro, ritornano la sera nelle loro case. La loro attività illegale e le azioni militari si svolgono di notte.

È una vita di estrema tensione che si deve interrompere quando il partigiano è ricercato, la sua attività clandestina scoperta: allora si passa alla condizione di illegalità e ci si deve trasferire in montagna. Nel luglio 1944 le numerose squadre d’azione fino ad allora costituite in quasi ogni comune della zona si uniscono a formare, alle dirette dipendenze del C.L.N. di Gallarate, la 127a brigata Garibaldi S.A.P. (che alla fine del ’44 diventerà la 181a brigata “Luciano Zaro”), appartenente alla divisione garibaldina “Valle Olona” (comandante Bottini Gaetano-Mauri).

Accanto ad essa operavano distaccamenti volanti per rapide incursioni e azioni di disarmo. Operazioni           clamorose           e       di grande impegno furono compiute dalla           brigata.           Danni     ingenti furono       causati       all’apparato militare         nazifascista         col sabotaggio a terra di aerei e altro materiale bellico, e col prelievo dalle fabbriche di guerra di rilevanti quantitativi di armi che vennero mandate in montagna per     riarmare        le           formazioni scompaginate        dai        pesanti rastrellamenti.

La          posizione              militare dell’occupante        era        inoltre fortemente indebolita dal fatto di non avere il pieno controllo del territorio, di sentirsi sempre il terreno minato sotto i piedi. Operarono nella zona anche una formazione di ispirazione cattolica, la 9a brigata “Rizzato”, appartenente alla divisione “Alto milanese” e una brigata socialista, la 207a Matteotti. Si era tentato inizialmente di raccogliere tutte le squadre d’azione gallaratesi dei diversi orientamenti politici in una unica brigata, appunto la 127a garibaldina, sotto la direzione del C.L.N., ma l’operazione non era riuscita per il dissenso di alcuni. Tuttavia il movimento resistenziale gallaratese fu caratterizzato da un forte spirito unitario e le diverse brigate realizzarono un buon livello di intesa e collaborarono lealmente tra loro, nonostante le inevitabili tensioni interne tra la componente militare e quella politica, i militanti di orientamento socialcomunista e quelli cattolici.

Complessivamente, i gallaratesi impegnati nella resistenza armata furono parecchie centinaia. Questo numero aumentò notevolmente nelle giornate insurrezionali. I combattenti erano in genere giovanissimi (sui vent’anni). Molti militarono nelle file della Resistenza per tutti i venti mesi della lotta armata, altri per periodi più brevi. La Resistenza gallaratese ebbe complessivamente 24 caduti e 43 feriti.

La brigata lombarda della montagna

Nella primavera-estate del 1944 due squadre volanti di una decina di uomini ciascuna, al comando di Nino Locarno (Walter), avevano stabilito una base mobile nei boschi di Besnate e di Jerago, da cui partivano per rapide incursioni ed azioni di disarmo, ma un rastrellamento massiccio nel mese di agosto aveva costretto le due squadre partigiane a ripiegare in terra piemontese. Stabilito il loro campo nella zona di Varallo Pombia, avevano costituito un plotone che si era aggregato alla Volante Loss, una formazione garibaldina che operava nella zona, con la quale parteciparono ad una serie di operazioni armate nel Novarese.

In settembre anche il vice-comandante della 127a, Fagno, attivamente ricercato e sfuggito avventurosamente all’arresto dopo che i fascisti avevano circondato la casa in cui si trovava per un incontro clandestino, fu costretto a spostarsi al di là del Ticino, con altri uomini di punta della brigata che, unendosi al plotone già aggregato alla Volante Loss, costituirono la 1ª brigata lombarda della montagna.

Fagno aveva già avuto da tempo l’idea di costituire una brigata di lombardi che avesse la sua base in Piemonte e operasse soprattutto in Lombardia attraverso rapide incursioni e ritirate, per evitare la continua perdita di uomini causata alla Resistenza gallaratese dalla necessità di spostare in montagna i partigiani compromessi e ricercati. Nel settembre 1944 si realizzarono le condizioni per costituirla.

L’iniziativa di Fagno fu appoggiata dal C.L.N. di Gallarate, che fece il possibile per sostenerla rifornendola di mezzi e di denaro. Inizialmente la brigata raccolse nelle sue file 35 partigiani, ma nei mesi successivi la sua consistenza si accrebbe fino ad arrivare a 70 uomini. Suo comandante fu Fagno, vice-comandanti Walter e Oscar, commissario politico Fieramosca.

La 1ª brigata lombarda opererà al fianco di altre brigate garibaldine della bassa Valsesia, impegnandosi in frequenti scontri a fuoco con tedeschi e fascisti e farà frequenti puntate nel Gallaratese per azioni di disturbo, di disarmo, di requisizione di materiali destinati ai tedeschi. La brigata teneva collegamenti col comando generale di Moscatelli, col comando garibaldino “Valle Olona”, col C.L.N. di Gallarate. Era costituita in grande maggioranza da lombardi, con base alla periferia di Mezzomerico (bassa Valsesia): era una base mobile, che doveva essere abbandonata in caso di puntate e rastrellamenti nemici, ma alla quale si poteva subito dopo ritornare, anche grazie all’appoggio e alla collaborazione della popolazione locale. Operando sia in Valsesia che in Lombardia (Gallarate-Busto) si spostava di frequente al di qua e al di là dal Ticino. Con una base relativamente sicura nel retroterra piemontese, la brigata non era costretta a privarsi dell’apporto dei militanti sperimentati che, in quanto compromessi, non potevano restare in territorio lombardo.

Formazione un po’ anomala, con la sua base in un territorio che rientrava nella competenza di altre formazioni, non ebbe inizialmente una collocazione ben definita nel quadro delle formazioni garibaldine. Faceva parte della divisione garibaldina “Valle Olona”, sottostava alle direttive del C.L.N. di Gallarate, ma al tempo stesso doveva rispondere del suo operato al comando garibaldino della Valsesia.

Non fu comunque una banda di irregolari, ma un gruppo disciplinato, ben organizzato ed efficacemente diretto. Collaborò lealmente e generosamente con alcune delle brigate garibaldine della bassa Valsesia, ma altre ebbero spesso un atteggiamento di diffidenza nei suoi confronti che a volte esplose in aperto contrasto. Non fu facile far comprendere alle varie formazioni partigiane della bassa Valsesia che la brigata lombarda non si era stabilita in Piemonte per un’arbitraria invasione di campo, ma perché le era impossibile avere una base stabile in Lombardia. Il comandante della brigata era considerato dai comandi garibaldini troppo autonomo, al limite dell’insubordinazione.

Nel gennaio 1945 Fagno fu chiamato al comando generale di Moscatelli per discolparsi dalle accuse che gli venivano mosse. L’incontro gli diede la possibilità di spiegare con chiarezza la sua posizione, di rivendicare il suo diritto ad avere rifugio in territorio piemontese per sottrarsi ai rastrellamenti nazifascisti e si concluse in modo che egli considerò soddisfacente. Ma, nonostante l’opera paziente di mediazione svolta da Moscatelli, le incomprensioni con alcune altre brigate continuarono, alle prime accuse di indisciplina e insubordinazione se ne aggiunsero altre più gravi. Lo stesso comando generale dovette alla fine intervenire negando al gruppo lombardo la sua autonomia di brigata ed aggregandolo come battaglione alla brigata Servadei che operava nella zona. Alla lotta armata la 1ª brigata diede un contributo molto importante con una serie di operazioni, alcune delle quali di grande portata. Molti episodi di cui essa fu protagonista sono raccontati da Fagno nelle sue “Memorie”: gli attacchi armati a postazioni nazifasciste, gli audaci interventi per liberare partigiani prigionieri, la ritirata dopo il rastrellamento del dicembre 1944, l’eccidio di Ferno, l’assalto alla caserma Maddalena, la battaglia di Arona. Ma molte altre furono le azioni armate che la brigata condusse a compimento, e di primo piano fu anche il suo contributo nelle giornate insurrezionali.

Alla         data              della liberazione             erano     in forza alla 1ª brigata lombarda 164 uomini, per 11 dei quali la militanza          partigiana decorreva dal settembre 1943. La maggioranza dei militanti della brigata aveva meno di 20 anni alla          data          dell’8 settembre,      solo      11 superavano i 30 anni. La brigata ha avuto 10 caduti e 15 feriti.

Il comandante Fagno

Fagno è il nome di battaglia di Antonio Ielmini. All’inizio della lotta partigiana aveva 28 anni (era nato nel 1915). Figlio di contadini, era operaio nelle officine aeronautiche Caproni. Era antifascista già prima del 1943 soprattutto perché vedeva nel regime la forza che aveva schiacciato la classe lavoratrice e dissolto con la violenza le organizzazioni operaie, dai sindacati alle cooperative.

La sua esperienza di operaio di fabbrica gli aveva fatto comprendere la natura di classe del fascismo. La condizione di inferiorità sociale che il regime imponeva ad operai e contadini offendeva il suo sentimento dell’uguaglianza tra gli uomini ed umiliava il suo senso della dignità umana. Con la guerra alla protesta sociale si era aggiunto il rifiuto politico del fascismo e dei suoi obiettivi imperialistici. L’armistizio, l’ignominiosa fuga del re e di Badoglio, l’occupazione tedesca sono da lui indicati come i motivi immediati che lo indussero ad intraprendere la lotta armata di resistenza. Iniziò infatti l’attività resistenziale subito dopo l’ 8 settembre. Il suo primo punto di riferimento fu l’attività clandestina del P.C.I. Tra i militanti di questo partito trovò gli anziani antifascisti che non si erano mai arresi alla dittatura e che contribuirono alla sua formazione politica, in particolare Andrea Macchi ed Attilio Colombo, che ricorda con riconoscenza e con affetto come suoi maestri. Fagno dice di essere stato in rapporto anche con Mauro Venegoni, che nella zona aveva svolto un’intensa attività antifascista fin dall’inizio della dittatura, lavorava egli pure alla Caproni ed aveva notevole seguito soprattutto in ambiente operaio. Antonio Ielmini non era soggetto ad obblighi militari, era stato esonerato fin dall’inizio della guerra dal servizio militare perché occupato in un’industria destinata alla produzione bellica. Entra quindi nella Resistenza per pure ragioni ideali. La guerra sbagliata del regime e il conseguente disastro, il tradimento della monarchia e degli alti comandi militari, l’occupazione tedesca, sono più volte da lui indicati come i motivi determinanti della sua scelta di combattere in armi il nazifascismo.

Le sue idee sono genericamente socialiste, non riconducibili a un preciso programma di partito, nonostante i suoi rapporti organizzativi col P.C.I. clandestino, più forte di tutto sembra in lui il sentimento nazionale e patriottico, almeno nell’immediato: si deve combattere soprattutto per restituire dignità alla nazione disonorata dal fascismo e dalla monarchia, per salvaguardare l’indipendenza del paese, per porre fine al più presto alla guerra. Gli obiettivi immediati e concreti sono la cacciata dei tedeschi e la vittoria sul fascismo. Sullo sfondo, per l’indomani, c’è l’ideale di una società fondata sulla giustizia sociale e il riconoscimento dei diritti dei lavoratori: “io guardavo avanti”, scrive nelle sue memorie, non gli interessava soltanto fare i conti con il passato. Già nei primi giorni successivi all’armistizio Fagno, alla testa di un gruppo di giovani di Ferno, assalta caserme e postazioni fasciste assicurando al gruppo un adeguato armamento.

Poco dopo gli viene conferito dal C.L.N. il comando militare dei vari gruppi che si erano venuti costituendo nel Gallaratese, che realizzano così l’unità operativa. Nel dicembre 1943 viene nominato comandante delle forze partigiane operanti nel Bustese che formeranno poi la 102a brigata Garibaldi, al cui comando resterà fino al luglio 1944. Fu fin dall’inizio in rapporto con le formazioni partigiane della montagna novarese: nel gennaio 1944 venne incaricato dal C.L.N. di Gallarate di tenere i contatti con le formazioni partigiane di Superti operanti in Val Grande. Per assolvere questo incarico si sposta frequentemente da Gallarate alla Val d’Ossola, accompagnando in montagna i giovani ricercati per la loro attività partigiana e quelli che rifiutavano l’arruolamento nell’esercito di Salò e rifornendo le formazioni della montagna delle armi e munizioni sottratte ai vari presidi fascisti e tedeschi. L’attività di rifornimento diventa più cospicua dopo il massiccio e sanguinoso rastrellamento condotto dai nazifascisti contro le formazioni ossolane nel giugno 1944. Divenuto nell’estate 1944 vice-comandante della 127a brigata Garibaldi di Gallarate, dirige grosse operazioni di sabotaggio di aerei alle officine Agusta di Cascina Costa, di recupero di armi e munizioni alla Isotta Fraschini, organizza numerosi attacchi a caserme e presidi fascisti e tedeschi, azioni di disarmo, ecc. Per un anno Fagno abbinò questa intensa attività cospirativa e guerrigliera al normale lavoro di operaio alla Caproni. Come lui, la grande maggioranza dei giovani che militavano nelle file della Resistenza gallaratese erano lavoratori delle fabbriche locali: alcuni erano occupati nelle industrie di produzione bellica ed erano per questo in grado di fornire preziose informazioni e utili supporti per le azioni offensive partigiane.

Nel settembre 1944, attivamente ricercato, dovette però lasciare la zona e passare alla clandestinità. Fagno mostra un’avversione più marcata verso i fascisti che non verso i tedeschi: questi sono colpevoli di bestiali atti di violenza, ma quelli sono moralmente più abbietti perché operano contro il loro paese e i loro compatrioti, facilitano l’opera ai tedeschi con il loro servilismo, facendo la spia, fornendo informazioni utili, ecc. Ciò può dare l’impressione che per lui la componente guerra civile fosse prevalente su quella patriottica, ma non è così.

Il repubblichino è detestato soprattutto per l’aiuto che offre all’occupante, ai suoi occhi il collaborazionista viene meno innanzitutto ai propri doveri di italiano. La lotta partigiana è per lui soprattutto guerra patriottica e guerra di classe; se è anche guerra civile (e Fagno se ne rammarica) la responsabilità ricade sui fascisti che si sono schierati dalla parte dell’occupante. Il rifiuto dell’ideologia liberticida del fascismo e della sua politica antipopolare sono netti, ma per quanto riguarda il giudizio sugli uomini la discriminante è tra chi combatte l’occupante e chi lo sostiene. Neanche l’alleato anglo-americano gli ispira illimitata fiducia e simpatia: i suoi emissari in contatto con la Resistenza gli paiono troppo intenzionati a imporsi come nuovi padroni del paese.

La sua forte personalità non gli permetteva di essere un puro e semplice esecutore di ordini, di obbedire senza opporre riserve e critiche, di rinunciare alla personale iniziativa ed autonomia nell’azione. Nelle sue memorie Fagno esplicita i suoi motivi di dissenso verso alcune componenti della Resistenza gallaratese: emerge in particolare l’insofferenza dei militari verso i politici, anche per ragioni di classe (i partigiani combattenti erano per lo più di origine operaia, i membri del C.L.N. per lo più intellettuali borghesi: Fagno si sentiva a disagio quando doveva incontrare “persone importanti, avvocati, dottori, ingegneri, intellettuali”, che volevano dirigere la lotta senza, a suo avviso, rischiare di persona e sostenerne i sacrifici), la diffidenza pur nella collaborazione tra garibaldini e cattolici. Anche l’atteggiamento verso i politici però è selettivo: ha una grande fiducia in Attilio Colombo, cui spesso ricorre per consiglio; da lui, non da altri, è disposto ad accettare consigli di prudenza. Riconosce l’autorità del C.L.N. per quanto riguarda la scelta degli obiettivi da colpire, ma vuole decidere personalmente le modalità esecutive. A volte peraltro agiva di sua iniziativa, senza previamente consultare il C.L.N., i cui componenti gli sembravano troppo attendisti e restii all’azione. Quando veniva accusato di agire senza avvisare nessuno, si giustificava con la necessità di operare in assoluta segretezza. Le sue azioni, spesso di un’audacia estrema, non sono peraltro mai avventuristiche: prepara i colpi con accortezza e meticolosità, li conduce con prudenza, attento sempre a non esporre a rischi inutili i suoi uomini e a scongiurare il pericolo di rappresaglie sulla popolazione civile. La sua tattica di guerriglia è molto abile, a volta ingegnosa: ci si domanda da chi abbia potuto apprenderla, visto che, pur avendo fatto il servizio militare, non aveva avuto esperienza di guerra. Mauro Venegoni, che cita come suo maestro di lotta armata, difficilmente poteva avergli dato più di qualche consiglio.

Nel periodo in cui fu al comando della 1ª brigata lombarda in Valsesia trovò incomprensione, come già si è accennato, in alcune delle formazioni garibaldine della zona, e ciò gli procurò richiami da parte del comando generale. Negli ultimi mesi fu anche fatto oggetto di accuse ingiuste che gli procurarono molta amarezza, come attesta la parte finale delle memorie. La sua spiccata tendenza ad iniziative autonome doveva certamente creare non pochi problemi ai comandi che avevano la responsabilità di assicurare una direzione unitaria al movimento e di coordinare le attività dei diversi gruppi, ma sostanzialmente Fagno obbedì sempre agli ordini che gli venivano dai comandi superiori, pur non rinunciando mai a difendere le sue ragioni e rivendicando il diritto di dissentire. In più punti delle “Memorie” si avverte che al ruolo di puro esecutore di decisioni altrui si adattava con fatica. Anche negli ambienti comunisti era guardato con una certa inquietudine perché considerato un estremista di sinistra, soprattutto per le sue passate relazioni con i fratelli Venegoni. Dalle sue memorie non emergono peraltro segni di estremismo sul piano ideologico o programmatico, né tendenze settarie: si riconosce nel progetto di una società che realizzi la giustizia sociale e promuova la pace tra i popoli. Ma la sua forte coscienza operaia non gli permette di accettare il ruolo subordinato che anche all’interno delle organizzazioni della Resistenza si tende ad imporre all’elemento operaio, riservando agli intellettuali borghesi, a volte anche nella componente comunista, i ruoli direttivi e di comando. Il riemergere anche in questo ambito delle differenze di classe e di cultura gli procurava con evidenza un forte disagio. Questa coscienza operaia, questo forte senso di appartenenza di classe è probabilmente alla base anche delle incomprensioni con esponenti dei comandi garibaldini in Valsesia.

Estremista forse si può considerare il suo reciso rifiuto delle posizioni “attendistiche” che riscontra soprattutto all’interno del C.L.N. di Gallarate. La lotta partigiana è per lui soprattutto un duro dovere: è per assolvere un ineludibile compito morale che si affrontano pesanti sacrifici e si assumono rischi continui. Esprime legittimo orgoglio per le azioni ben condotte e per i successi conseguiti, ma non sottolinea l’aspetto eroico della lotta armata, soprattutto insiste nel descrivere l’estenuante fatica della vita partigiana, la sua aspra quotidianità, le lunghe marce per sfuggire al nemico, la capacità di sopportare disagi di ogni sorta. Il sentimento più forte è il dolore per i compagni caduti, poi c’è la sollecitudine per i suoi uomini, lo scrupolo di salvaguardare e proteggere la popolazione civile, la quale dà volentieri e con generosità il proprio aiuto, ma è preoccupata dal rischio delle rappresaglie nazifasciste, il senso di offesa e l’avvilimento per l’incomprensione e le ingiuste accuse da parte di altre formazioni e comandi. Figura di autentico capo popolare, Fagno esercita sui suoi uomini un’autorità riconosciuta, indiscussa, ma ignora ogni logica gerarchica, ha rapporti fraterni con i suoi partigiani, con loro divide i disagi oltre che i rischi, con loro discute i piani di azione “da uomo a uomo”, non da comandante a subordinato, attribuendosi come capo solo maggiore responsabilità. Dopo la Liberazione, Fagno ritornò a Ferno, dove nel 1946 fu eletto consigliere comunale, ma in seguito non svolse attività politica e non aderì ad alcun partito. Una scelta di disimpegno che sorprende, ma di cui nelle memorie non trapelano

i motivi. Aveva combattuto la guerra partigiana non solo per sconfiggere il nazifascismo, ma anche per creare le premesse alla costruzione di una nuova società. Non poteva quindi considerare esaurito il suo compito con il conseguimento del primo obiettivo. Le sue memorie, stese in forma semplice e asciutta, del tutto prive di retorica, sono un documento prezioso che arricchisce sensibilmente la nostra conoscenza della Resistenza nel Gallaratese e in Valsesia, non solo per quanto riguarda i fatti e le persone, ma anche lo spirito che animò il movimento, le motivazioni delle scelte dei suoi militanti, gli inevitabili contrasti interni, il conflitto tra spontaneità e organizzazione.

La particolareggiata cronaca delle azioni offensive di guerriglia e degli estenuanti spostamenti per sfuggire al nemico presenta con autenticità e immediatezza un quadro efficace della vita partigiana con i suoi momenti eroici e la sua dura quotidianità fatta di fatiche, di privazioni, di rischi continui, fornisce interessanti lezioni di tattica della guerriglia partigiana, riserva il giusto spazio al lavoro oscuro e anonimo di staffette, informatori, collaboratori civili, a tutta la rete di solidarietà con i combattenti senza la quale la resistenza al nazifascismo non sarebbe stata possibile, testimonia il carattere popolare della lotta. Il merito maggiore di queste memorie, scritte negli anni del dopoguerra e non destinate dall’autore alla pubblicazione, è per l’appunto quello di dare voce e visibilità a quella componente popolare della Resistenza che di solito non lascia di sé memoria scritta e di conseguenza non trova adeguato rilievo nell’opera di ricostruzione storica.

Bruna Bianchi