| La Storia - Elsa Morante |
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| Scritto da Administrator | ||||||||||||||||||||||||||||||||||||
| Martedì 17 Febbraio 2009 18:26 | ||||||||||||||||||||||||||||||||||||
A questo romanzo (pensato e scritto in tre anni, dal 1971 al 1974) Elsa Morante consegna la massimaesperienza della sua vita "dentro la Storia" quasi a spiegamento totale di tutte le sue precedenti esperienze narrative: da "L'isola di Arturo" a "Menzogna e sortilegio". La Storia, che si svolge a Roma durante e dopo la seconda guerra mondiale, vorrebbe parlare in un linguaggio comune e accessibile a tutti. La Storia di Elsa Morante (Recensione di Rita Gaviraghi) Qualche coordinata di base, prima di cominciare un discorso più analitico: La Storia di Elsa Morante è un grande romanzo storico, in cui si uniscono elementi reali ad altri immaginari. Scritto nel 1974, ambientato a Roma, riguarda una vicenda che si estende, in senso stretto, dal 1941 al 1947, ma che si dilata dal 1903 al 1956 se consideriamo l’estensione della vita della protagonista del romanzo, intorno a cui tutta la vicenda si impernia. Dal mio punto di vista, credo che del romanzo si possano dare varie letture, soprattutto data la sua ampiezza, che ci consente di scavare percorsi al suo interno. Calvino, nelle sue Lezioni Americane, ha classificato alcune opere e anche singole pagine delle letterature più disparate secondo dei canoni piuttosto curiosi (esattezza, leggerezza, molteplicità…): utilizzando un metodo simile, ritengo che si possa cogliere ne La Storia una possibilità di percorso che legge tra gli eventi storici e gli eventi umani e personali un rapporto tra massimo e minimo. Il libro è infatti innanzitutto incentrato sul tema della Storia, scritta con la lettera maiuscola, e il rapporto di essa con le storie degli uomini, dei singoli individui. Un rapporto in cui l’uomo è schiacciato dal corso della Storia, che inevitabilmente sovrasta con la sua portata massima la piccolezza dei minimi.Vi sono alcuni punti del romanzo in cui l’autrice dice questo chiaramente:
Se seguiamo questo percorso storico, attraverso il libro e la vicenda di Ida, si va dall’inizio del XXesimo secolo ad oltre la metà di esso. Nel romanzo si delineano chiaramente, attraverso gli spunti che i vari personaggi offrono, perché ne risultano implicati, la nascita dei primi sussulti anarchici (padre di Ida); il contrasto ancora molto evidente tra il Nord e il Sud dell’Italia unita, ma molto diversa nelle sue componenti (i genitori di Ida); lo scoppio e lo svolgimento della prima guerra mondiale (da cui è escluso il padre Giuseppe); l’epoca del fascismo, dalla Marcia su Roma all’avvento della dittatura, fino alle implicazioni del giovane Nino con le camicie nere; le leggi razziali del 1938 (Ida è di origine ebrea da parte di madre: a seconda delle ripetute emanazioni di leggi in tal senso, dovrà verificare se la cosa la tocchi o meno); la guerra (che con Ida avrà un primo appuntamento nel 1941, con la violenza del soldato tedesco); gli anni bui del conflitto e della fame, la partenza di Nino come camicia nera per il Nord, la deportazione degli Ebrei (Ida è alla stazione per caso, una mattina, del 1943 e le viene detto di stare alla larga da lì, da dove partono i treni per i campi); i bombardamenti, il caseggiato che crolla, lo stanzone degli sfollati; il 25 luglio, l’8 settembre, la Resistenza (alcuni inquilini dello stanzone partono per unirsi ai gruppi partigiani, Nino rispunta con un fazzoletto rosso al collo, Nino e Useppe una mattina di nascosto al campo base); lo sbarco degli Alleati ad Anzio; la fine della guerra; il dopoguerra (con la motocicletta di Nino, la nuova casa di Via Bodoni, la famiglia per un po’ ricostituita e il tragico incidente di Nino); gli ultimi nove anni della vita di Ida, dal ‘47 al ’56, in ospedale psichiatrico. Altra possibilità di lettura del romanzo, sempre sulla scorta di categorie in stile Calvino, è quella di coglierne la vasta semplicità, la profondità legata al quotidiano. Ritratto grandioso, epico, immenso, tragico della Roma dell’epoca del II conflitto mondiale, eccezionale spaccato di un momento eccezionale della storia italiana e mondiale, in fondo il romanzo ci parla di dinamiche semplici e del quotidiano sopravvivere, che segue sempre le stesse regole. Ida che partorisce, che esce di casa il mattino per lavorare e per procacciarsi cibo, la sua maternità, l’amicizia tra i due fratelli, le loro uscite, i giochi, il rapporto con gli animali, la legge inesorabile della sopravvivenza, la malattia, le visite mediche, i traslochi, la scuola, il progetto di una villeggiatura…non sono altro che le normali incombenze e i mille volti della vita che prosegue e urge, pur nell’eccezionalità del momento storico. Si ha l’impressione che Elsa Morante sappia arrivare a dar voce così forte all’intimo dell’animo umano proprio perché ne segue il percorso più noto, più normale, gli aspetti più viscerali, le leggi naturali, i sentimenti vecchi come il mondo, il pianto antico dei genitori che perdono i figli così come la sfrenata vitalità dei giovani che conservano entusiasmo e coraggio anche nelle situazioni estreme. Elsa descrive le doglie, l’affanno, la paura e la timidezza di Ida, la voglia di vita di Nino, l’incanto di Useppe, la fame di cibo, di sesso, la vita che ronza, la dolcezza di un sogno, la durezza del risveglio, l’incubo della malattie e della morte, l’ardore, la rabbia, la speranza, la crudeltà: e ogni sentimento è come presentato al suo grado zero, nella forma più ferina e primordiale che possa esserci, come se l’umanità fosse ancora quella delle caverne. E questo rende epico il tono del racconto della Morante. Esiste poi un percorso di lettura tutto al femminile. Incentrato ovviamente intorno alla figura della protagonista, il percorso si interseca agli altri che ho già indicato e coinvolge anche altre figure al femminile. E’ interessante notare una caratteristica che riguarda le donne del romanzo: esse hanno tutte qualcosa di folle e non umano, che talvolta è divino e talvolta animale.Alcune hanno un alone quasi magico, come l’ebrea Vilma, che assomiglia alla Cassandra della tragedia e dell’epica antica e che preannuncia sventure; a volte sono donne schive, umbratili, misteriose, come la stessa Ida, che rimane forastica anche coi vicini di casa e i colleghi di scuola e sulla cui vita privata non è dato agli altri sapere nulla di certo; a volte le donne hanno una macchia, somigliante ad una dannazione, ad un peccato originale, come la madre di Ida, che la reca scritta a chiare lettere nell’accento ebreo del suo cognome, Almagià; sempre la madre di Ida avrà, rimasta vedova, fobie e problemi di salute mentale; la stessa Ida, a cinque anni, si mostra toccata da insulti di un male innominato, che la rendono un po’ strana e che prefigurano il problema di Useppe, durante il cui concepimento Ida era proprio in preda ad un attacco del male: la voce della scienza (la dottoressa) nega un rapporto logico tra le due cose, ma pure la dottoressa coglie negli occhi di Useppe qualcosa di strano, come se anche lei, donna di scienza, avesse l’istinto degli animali; a volte il tratto femminile è appunto una capacità di pre-vedere, una specie di sesto senso, come per la donna incontrata durante una delle prime uscite di Ida e Useppe al parco giochi, che dice a Useppe che durerà poco: tra l’altro, una donna vecchia, scura, rugosa come una strega; anche nello stanzone, dopo lo sfollamento, è una donna che fa la seconda profezia di breve vita ad Useppe. Le donne hanno una capacità di capire più a fondo, di capire senza fare domande, come la levatrice ebrea da cui Ida si reca per partorire; talvolta hanno momenti di reale epifania, come se un velo si squarciasse dai loro occhi improvvisamente: riproponiamo, in tal senso, ancora le parole che raccontano di Ida nel momento in cui ha perso Useppe:…(la Storia) che essa percepì come le spire multiple di un assassinio interminabile. E oggi l’ultimo assassinato era il bastarduccio Useppe. Tutta la Storia e le nazioni della terra si erano accordate a questo fine: la strage del bambinetto Useppe Ramando. Tra le figure femminili, mi sento di annoverare anche la cagnona Bella, che, racconta Elsa Morante, istintivamente protegge Useppe, parla il suo linguaggio ed è la sua seconda madre (muore anche lei, al momento della morte del bambino).Al confronto con le donne, concrete e impegnate nel quotidiano, ma che vivono come sospese, talvolta, in una dimensione irreale, le figure maschili non hanno questa prerogativa e rincorrono, senza mai raggiungere e quindi essendo sconfitti, obiettivi e traguardi tutti terreni. Gli uomini vivono solo qui ed ora e vivono poco. La politica, la guerra, la lotta partigiana, la fabbrica, la prigione sono gli ambiti di azione dell’uomo, peraltro tutti fallimentari.Sopravvivono le donne, spezzate, distrutte, tra fatica e dolore: femmina è la figlia concepita da Nino e Patrizia, la nipotina di Ida e Useppe, che solo Useppe ha visto fugacemente una volta. Adesso provo a suggerire un percorso inter-testuale, cioè una strada che si snodi attraverso generi letterari diversi e opere di tutti i tempi, per dimostrare la straordinaria ricchezza del nostro romanzo. E cito sempre Calvino che dice che un libro parla sempre di altri libri. Oppure, sempre tornando alle Lezioni Americane, si potrebbe classificare il genere de La Storia come molteplicità nell’unità.Vigorosa è la mano della Morante, che tiene saldamente unite le fila della narrazione, ma mille rivoli e mille richiami all’esterno il romanzo comporta: c’è il genere epico delle passioni e delle lotte primordiali, poste all’origine dei tempi, in fondo al di fuori della Storia e prima di essa. E di questo carattere primitivo e ferino, del grado zero delle passioni si è già detto.C’è il carattere tragico della vicenda e di certi suoi personaggi, fino alla catastrofe finale, alla catastrofe del destino eroico (in ciò il greco Teofrasto diceva che la tragedia consistesse): il capro espiatorio, il punto che raccoglie tutto il dolore del mondo, l’agnello sacrificale è il piccolo Useppe. Caratteri tipici della tragedia sono la presenza delle profetesse di sventura, l’invidia delle divinità nei confronti del destino umano- c’è un momento in cui Ida, appena finita la guerra, crede di aver ricostituito la sua famiglia, ma l’illusione durerà poco, come se il Fato non consentisse all’uomo d’essere felice; c’è la morte dei giovani, che ricorda che muore presto chi è caro agli dei; c’è la follia; c’è il pianto delle donne.Il romanzo ha il respiro ampio di altri romanzi storici, come I Promessi Sposi, ad esempio, ma manca la visione provvidenziale e il lieto finale manzoniano: La Storia è più cupo, più negativo, la conclusione è più amara. La Provvidenza non esiste, né in cielo (Ida non prega mai, non si parla mai di Dio, la lettura del reale che la Morante fa è tutta laica) né come provvidenza terrena (tutti gli ideali politici, dall’anarchia al fascismo al socialismo mostrano la loro insufficienza). In questo ritroviamo il pessimismo di Verga, dei suoi vinti, de I Malavoglia e delle loro disgrazie familiari; c’è un riferimento al Pianto antico di Carducci, nel genitore orbato dei figli; c’è la Laus Vitae di D’Annunzio, nelle parole di Nino, che scalpita per allargare le sue esperienze di vita e tutto gli sembra troppo lento; c’è Il fanciullino di Pascoli, quell’Adamo che mette il nome alle cose, in Useppe che alla sua prima uscita con il fratello nomina le cose che vede; c’è l’amarezza di Montale, che in La Storia dice che essa non è magistra di niente che ci riguardi. Accorgersene non serve a farla più vera e più giusta; c’è la durezza che si ritroverà nella pagina di Gesualdo Bufalino, in Diceria dell’untore, quando la protagonista del romanzo, malata, sostiene che nessun avvenimento né storico né cosmico, fosse anche l’esplosione di una galassia, potrà per lei essere più importante del suo personale destino che è compromesso e minato dalla morte, come per Ida tutta la Storia è vista solo in funzione della morte del suo piccolo. C’è Calvino de Il sentiero dei nidi di ragno, quando Useppe, come il piccolo Pin, si reca al campo partigiano e vede la Resistenza attraverso i suoi occhi di bambino, con lo sguardo incantato e sognante; o quando vive le sue avventure nella capanna lungo il fiume, tra gli immaginari pirati e le reali presenze, come faceva Pin nel luogo dove i ragni fanno il nido.Infine, ho ritrovato ne La Storia un romanzo che, come questo, ho amato a prima lettura: Useppe, se possibile ancora più tragicamente, costituisce l’alter ego del quindicenne Hanno Buddenbrook, che nel lungo romanzo di Thomas Mann muore di tifo e chiude la storia della famiglia. A tal proposito, la tecnica usata da Mann per descrivere la morte di Hanno e quella della Morante, usata al medesimo scopo, sono identiche, come spiegherò a breve, soffermandomi sugli aspetti narratologici dell’opera. Procediamo dunque ad un’ultima analisi, di tipo strutturale e riguardante le tecniche narrative.Il narratore della vicenda è quello che si definisce narratore esterno, onnisciente, che interviene a commentare il narrato. Esterno, perché il narratore non è un personaggio della storia; onnisciente, perché conosce la storia di tutti i suoi personaggi (è lui che la crea): ne conosce il passato, ne conosce il futuro prima che esso sia presente, conosce particolari segreti della loro identità o vita, che gli altri personaggi non conoscono. E ogni tanto fa degli interventi, commentando la vicenda o anticipando alcuni elementi, del tipo che restava un’ultima estate soltanto al piccolo Useppe; oppure dice che gli avvenimenti avrebbero confermato il sospetto di qualcosa avuto da qualcuno.Il narratore - anche se non è proprio corretto dire questo- è una donna, dal momento che donna è sicuramente l’autrice: come tale, ritengo che molto coerente sia stata, da parte della Morante, la scelta di anticipare talvolta dei fatti, in virtù della capacità di pre-vedere che nel romanzo abbiamo attribuito a tutte le donne.Quando la narratrice anticipa qualcosa, spinge noi lettori a cercarne con ansia la conferma, ci getta in uno stato di agitazione, che paradossalmente si placa quando la cosa anticipata succede, anche se essa è tragica e non consolatoria. Così è per la morte di Useppe.Come ne I Buddenbrook, la lenta descrizione di una mattinata scolastica di Hanno, verso la fine del romanzo, dopo che del ragazzino ci sono già stati raccontati le stranezze di temperamento e i problemi di salute, fa presagire il peggio, quando ci viene detto che egli si ammala di tifo. Ma quella mattinata scolastica- cui sappiamo che Hanno non era ben disposto- dilatata nella narrazione fino all’inverosimile, ci fa accogliere quasi con impazienza e sollievo la notizia della sua morte.Useppe ha avuto con la scuola un rapporto analogo a quello di Hanno; è solitario, estraneo a tutto, problematico e strano; sappiamo che ha avuto varie volte episodi di cadute e di insulti del Grande Male (mi chiedo se Grande Male scritto con le lettere maiuscole appaia solo a me speculare a Guerra Mondiale): alla fine, anche perché la narratrice ci dice che quella sarà l’ultima estate di Useppe e, più oltre, che restano solo due giorni della sua vita da raccontare, non vediamo l’ora che egli riposi, che smetta di cadere, che abbiano fine le sue sofferenze. E’ tale lo stato di angoscia in cui ci getta la narratrice con le sue pre-figurazioni, le sue profezie, che da un lato speriamo si sbagli, ma dall’altro vogliamo solo trovarne conferma per porre fine al dubbio e dare sfogo selvaggiamente al nostro dolore.La narratologia ci dice che il tempo della storia è la lunghezza temporale che la storia narrata copre, mentre il tempo del discorso è quello che chi narra impiega per raccontare queste vicende: le pagine dei due romanzi da me citate hanno un tempo del discorso molto superiore a quello della storia, che in entrambi i casi si risolve nelle ore di una mattinata scolastica. Credo che per la Morante non sia un caso neppure questo, cioè penso che abbia tentato di sottrarre come poteva l’individuo (Useppe) alla Storia, al suo tempo incalzante.Tanto per provare quanto questo è vero, mostrerò un esempio contrario: gli ultimi nove anni della vita di Ida, dopo la morte di Useppe e il ricovero nell’ospedale psichiatrico, passano in poche righe; il tempo del discorso è stato ristretto il più possibile e anche se restano a Ida molti anni di vita, dopo la morte del bimbo, essi non sono vera vita, né vera storia. La storia di Ida Ramundo finisce con una mattina del giugno del ’47. Continua invece imperterrita la Storia.
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| Ultimo aggiornamento Martedì 17 Febbraio 2009 21:15 | ||||||||||||||||||||||||||||||||||||


