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Luciano Zaro PDF Stampa E-mail
Scritto da Administrator   
Domenica 23 Novembre 2008 12:32

COMMEMORAZIONE 

LUCIANO ZARO  

A circa un anno dalla commemorazione di Angelo Pegoraro, e ad un mese di quella di Mauro Venegoni, ci ritroviamo ancora una volta per ricordare sommessamente un altro martire della violenza fascista che sconvolse il Paese per più di un ventennio, in specie negli ultimi anni dopo il tanto discusso 8 Settembre del ’43, fino ed oltre la Liberazione ed il 25 Aprile del 1945.

Parliamo oggi di un ragazzo, aveva vent’anni all’epoca dei fatti, che nonostante la giovane età, era già diventato un punto di riferimento nella lotta partigiana nel gallaratese, in contatto con il CLN di Gallarate e Milano.

Parliamo di Luciano Zaro, ricordandone brevemente la figura. 

Luciano Zaro si rifiutò di accorrere alla leva indetta dal governo repubblichino in ossequio al famigerato “Bando del Duce”, e si rese pertanto renitente alla leva, reato gravissimo punito con la morte, scegliendo la lotta partigiana: si sa di Lui come fosse audace, e come più volte avesse compiuto significativi atti di coraggio che non furono ignorati dai fascisti che gli davano la caccia, certi che con la sua eliminazione il gruppo da Lui diretto, una banda di partigiani democratici cristiani, si sarebbe sfaldato.

I fascisti ricorreranno ad ogni mezzo per averne ragione, ed il 22 Novembre di quel 1944, riescono a catturare Enrico Chierichetti, componente della banda, nei confronti del quale i suoi compagni da tempo nutrivano dei sospetti: sospetti ben riposti, dal momento che questi rivela tutti i nomi dei membri della banda, e conduce la GNR e la Brigata Nera fin sull’uscio della casa di abitazione di Luciano Zaro. 

Il resto è cosa nota e dolorosa: due giorni dopo,  il Maresciallo Crosta, comandante della Brigata Nera, insieme al suo sodale Mazzoldi, comandante della GNR, durante la perquisizione fredda il ragazzo a bruciapelo sotto gli occhi della madre.La tragedia è simile a quella che vide sfortunato protagonista Angelo Pegoraro, assassinato dalla stessa mano omicida. 

Giovani vite spezzate da una folle ideologia che si era fatta Stato, e che aveva un unico fine: la guerra, verso chiunque non ne abbracciasse gli stessi identici presupposti di dominio incontrastato e tirannico.

Queste ideologie sembrano oggi riemergere con virulenza e, quel che è più preoccupante, con la sfrontatezza della ostentata visibilità, certi di una latente repressione che in uno Stato democratico sarebbe lecito aspettarsi esercitata con forza e rigore necessari, come d’altronde prevedono la Costituzione e le leggi correnti. 

L’atteggiamento ambiguo di alcune istituzioni nel voler oggi riproporre simboli di un oscuro passato che la Storia ha già condannato senza possibilità di appello, è cosa gravissima, e foriera di incoraggiamenti per quelle sacche di nostalgie nazifasciste che proprio in questi atteggiamenti trovano alimento e supporto. 

A tutto ciò aggiungasi, se mi è consentito, poca determinatezza in alcune forze politiche, oggi di opposizione, nel contrastare tali manifestazioni, ed a volte considerate come fossero fisiologiche al sistema: è il più grave sbaglio che si possa fare, ed un regalo agli avversari di sempre. 

Così come di regalo trattasi quando la Sinistra, nella sua accezione più ampia, continua nella sua irrefrenabile diaspora alla ricerca di una identità esclusiva che altri rifiutano: non fu così in quei venti mesi in cui furono gettate le basi di una nuova Italia, per la quale persone diverse per orientamento politico, religioso, culturale, decisero di essere unite per sconfiggere il nemico comune, al prezzo della cosa più sacra: al prezzo della vita, molto spesso giovane, e per questo ancora più preziosa, immolata per valori comuni e condivisi. 

Come Luciano Zaro, che non dimenticheremo mai e di cui oggi celebriamo il sacrificio consumato in nome di quei valori. 

M. Mascella 

Gallarate, 23 Novembre 2008

 Racconto di un testimone del tempo

Sono trascorsi ormai 64 anni ma il ricordo di quegli anni angosciosi e devastanti rimangono impressi nella memoria.

La guerra, i bombardamenti, la fame, il freddo: e, per i giovani di allora di 18 – 19 – 20 – 21 anni, il pericolo di essere arrestati, perché era obbligo di arruolamento nell’esercito della RSI senza eccezione per alcuno. Coloro i quali si rifiutavano o erano considerati disertori erano passibili per la pena di morte così come indicava il bando emesso nel marzo del 1944 dal generale Rodolfo Graziani.

La mia generazione, quella di Luciano Zaro e di tanti giovani di allora, era sottoposta e chiamata a rispettare rigorosamente le imposizioni del Governo di Salò: ovviamente la maggioranza dei giovani rifiutò queste barbare imposizioni e molti si diedero alla macchia, cioè alla clandestinità, altri raggiunsero le formazioni partigiane in montagna (con alcuni limiti imposti da fattori organizzativi).

Altri si organizzarono in gruppi e si rifugiarono nei cascinali.

Vi fu una forte solidarietà che si manifestò fra i contadini, negli oratori, dove trovarono rifugio molti ragazzi allo sbando.

Luciano Zaro aveva un certo carisma tra gli altri giovani dell’oratorio che frequentava, e con essi tesseva una tela di incontri riservati atta alla preparazione della prima Resistenza nel gallaratese: di sera, dopo il coprifuoco, si rifugiava in casa con la madre. Ma all’epoca vi erano i delatori, o i cosiddetti “chiacchieroni” che vociferavano fantasiose organizzazioni clandestine per trarne qualche prezzolato vantaggio.

Di tanto in tanto le brigate nere facevano delle retate davanti alle sale cinematografiche, allora molto frequentate, per controllare l’identità e soprattutto l’anno di nascita dei soggetti: chi non era autorizzato a circolare veniva arrestato, incarcerato e di sovente spedito in Germania nei campi di concentramento.

Fu così che un giorno, presso un negozio di barbiere in piazza Libertà, qualcuno vociferò che ad Arnate esistevano dei gruppi di partigiani e fra questi, si sussurrò il nome di Luciano Zaro.

Malauguratamente in quella barberia c’era anche il Tenente Di Lauro, Comandante della Brigata Nera  che operava a Gallarate. Recatosi presso la Casa del Fascio in piazza Garibaldi, diede ordine al Maresciallo Crosta di fare accertamenti e sopralluoghi.

Così la sera stessa si recò presso il domicilio di Luciano Zaro per eseguire il mandato ricevuto.

Gli aprì la mamma di Luciano, ed eseguendo la perquisizione, pur non trovando armi od altro, il Crosta ordinò al ragazzo di seguirlo presso la caserma delle brigate nere in piazza Garibaldi. Luciano chiese di poter indossare un cappotto e si recò in un attiguo locale, e nel mentre, il Crosta esplose alcuni colpi di pistola colpendo a morte il povero Luciano, che stramazzò a terra sotto gli occhi della madre impietrita dall’orrore, che vide così il figlio di vent’anni spirarle in un attimo.

Il Crosta ed i suoi uomini abbandonarono l’abitazione e ritornarono in caserma, soddisfatti di aver giustiziato un pericoloso bandito. Cos’ d’altronde si comportavano con chiunque non avesse abbracciato la loro folle ideologia.

Il 25 Aprile del 1945 poi, Di Lauro, Crosta e gli altri esponenti di primo piano arrestati, furono fucilati per i crimini commessi contro Luciano Zaro ed Angelo Pegoraro.

Oggi su queste fucilazioni qualcuno si diverte a scrivere e a favoleggiare sul sangue dei vinti, estraendo il tutto dai fatti criminosi compiuti, giudicando e formulando tesi secondo le quali gli uni e gli altri erano uguali perché si trattò di una guerra civile: non è così, in specie per coloro che sanno cosa e quanto sia stato il sangue dei vincitori.

La verità è che da una parte vi era chi voleva la libertà, la giustizia, ed i diritti sociali e civili: dall'altra erano schierati con i nazisti coloro che volevano imporre la dittatura e la tirannia.

Oggi tutti si dicono antifascisti: ma cancellare la memoria è una aberrazione.

"Chi non ha memoria, non ha futuro", ed è per questo che occorre non dimenticare.

Giuseppe Gatti, senatore della Repubblica

Gallarate, 23 Novembre 2008

Ultimo aggiornamento Domenica 23 Novembre 2008 21:03
 
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