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I CRIMINI DI GUERRA DIMENTICATI COMMESSI DAGLI ITALIANI IN JUGOSLAVIA NEGLI ANNI 1941-1943

Pregiatissimo Dottor

PAOLO MIELI

RAI T.V. – RAI STORIA

00195 ROMA

E per conoscenza

Spett.le A.N.P.I.

Comitato Provinciale di Varese

21100 VARESE

Spett.le A.N.P.I.

Comitato Nazionale

00192 ROMA

 

OGGETTO: I CRIMINI DI GUERRA DIMENTICATI COMMESSI DAGLI ITALIANI IN JUGOSLAVIA NEGLI ANNI 1941-1943

Pregiatissimo Dottor Mieli,

quale modesto studioso di storia, già indegno magistrato di questa Repubblica, ora mediocre funzionario pubblico, membro dell’A.N.P.I. (Associazione Nazionale Partigiani D’Italia) e da tempo amico dell’Associazione Antifascista Croata (già Jugoslava), mi permetto di disturbarLa, nella Sua qualità di attento storico contemporaneo e quale giornalista serio, nonché di conduttore di un apprezzato e importante programma televisivo di divulgazione storica, per sottoporLe una riflessione di carattere storico in occasione della recente commemorazione del Giorno del ricordo istituito nel 2004 per conservare la memoria della grande tragedia degli italiani vittime delle foibe e dell’esodo forzato dalle terre istriane e dalmati tra l’8 settembre 1943 e il 10 febbraio 1947.

Dalle affermazioni di molti di coloro che hanno voluto istituire tale ricorrenza sembra quasi che il pacifico e inerme popolo italiano sia stato barbaramente e proditoriamente aggredito all’improvviso dai barbari jugoslavi senza alcun motivo, come avvenne nel V secolo da parte degli Unni. La tragedia storica però non si è svolta così e per onestà storica ciò deve essere precisato per non lasciare spazio a false mistificazioni pseudopatriottiche inventate e propagandate da un nuovo e pericoloso rigurgito neofascista.

Per nulla giustificando tale tragedia che ha causato l’uccisione di circa 15.000 civili italiani e l’esodo forzato dalle loro terre di circa 300.000 persone si devono tuttavia considerare le cause della reazione dei partigiani jugoslavi contro la popolazione italiana tra il 1943 e il 1945 dovuta ai precedenti innumerevoli ed efferati massacri ferocemente perpetrati tra il 1941 e il 1943 dai militari italiani nei confronti della popolazione jugoslava. Nel nome di una vera pacificazione tra i popoli all’insegna della verità storica la ricorrenza del Giorno del ricordo dovrebbe commemorare sia la popolazione italiana vittima della vendetta degli jugoslavi sia la popolazione jugoslava vittima dei massacri commessi dai militari italiani.

Gli Italiani dal 1941 al 1943 in Jugoslavia applicarono come i nazisti la regola della rappresaglia contro le popolazioni civili, macchiandosi di gravissimi crimini; queste verità scomode emergono dalle indagini della Commissione parlamentare d’inchiesta presieduta da Luigi Gasparotto, ministro della difesa nel III Governo De Gasperi nel 1947, che aveva lavorato con grande impegno ed equilibrio tra il 1946 e il 1947 alla raccolta e al vaglio delle numerose denunce provenienti dai territori occupati dagli italiani.

Il generale Mario Roatta, comandante della II^ armata italiana in Jugoslavia, che nella circolare del 1° dicembre 1942 aveva disposto di fucilare non soltanto tutte le persone trovate con le armi ma anche chi imbrattava le sue ordinanze e chi sostava nei pressi di opere d’arte, aveva deciso di considerare corresponsabili degli atti di sabotaggio anche le persone abitanti nelle case vicine. Le conclusioni della Commissione Gasparotto chiamavano in corresponsabilità anche il generale Mario Robotti, comandante dell’XI corpo d’armata, che aveva inasprito gli ordini del generale Roatta affermando che «qui si ammazza troppo poco», e il governatore del Montenegro, Alessandro Pirzio Biroli, che fece fucilare circa 200 ostaggi inermi.

Il procedimento penale nei confronti dei militari italiani colpevoli di gravi crimini si concluse il 30 luglio 1951 con una sentenza del giudice istruttore militare che stabilì che non si doveva procedere nei confronti degli imputati perché non esistevano le condizioni per rispettare il principio di reciprocità fissato dall’articolo 165 del Codice penale militare di guerra, secondo cui un militare che aveva commesso reati in territori occupati poteva essere processato solo se si garantiva un eguale trattamento verso i responsabili di reati commessi in quella nazione ai danni di italiani.

A macchiarsi di tali efferati crimini non furono soltanto i fascisti ma ufficiali e soldati normali; il prefetto del Carnaro Temistocle Testa per l’eccidio perpetrato al villaggio di Podhum, in cui il 12 luglio 1942 militari italiani, coadiuvati dai carabinieri e dalle camicie nere, fucilarono oltre cento uomini, si servì di normali reparti dell’esercito.

Il generale Taddeo Orlando il 23 febbraio 1942 fece circondare Lubiana con reticolati di filo spinato; dei quarantamila abitanti maschi ne furono arrestati 2.858 e circa tremila vennero catturati in un secondo rastrellamento. Oltre ai maschi adulti vennero deportati anche vecchi, donne e bambini nel campo di concentramento dell’isola di Arbe, oggi Rab, in Croazia, dove ne morirono oltre 4.000 di fame, di sete, di freddo, di stenti e di malattie.

Furono rastrellati in tutto 18.708 uomini e nel solo mese di marzo del 1942 gli italiani fucilarono 102 ostaggi. Nell’aprile del 1941 il Regno di Jugoslavia fu occupato dall’Italia e dalla Germania; le truppe del Regio Esercito italiano furono impegnate in una dura lotta contro le formazioni partigiane jugoslave; in un incontro con gli alti comandi del Regio Esercito a Gorizia il 31 luglio 1942 Mussolini disse: “Sono convinto che al «terrore» dei partigiani si deve rispondere con il ferro e con il fuoco. Deve cessare il luogo comune che dipinge gli italiani come sentimentali incapaci di essere duri quando occorre. Questa tradizione di leggiadria e tenerezza soverchia va interrotta. E’ incominciato un nuovo ciclo che fa vedere gli italiani come gente disposta a tutto, per il bene del paese e il prestigio delle forze armate. Non vi preoccupate del disagio economico della popolazione. Lo ha voluto! Ne sconti le conseguenze”.

Dall’aprile 1942 al gennaio 1943 nella sola città di Lubiana, oltre ai «regolarmente processati», furono eliminati senza processo 145 uomini, assassinati senza processo, senza prove di colpevolezza, vittime innocenti arrestate dai militari e passate per le armi. Il 12 luglio 1942 nel villaggio di Podhum per rappresaglia furono fucilati dai militari italiani per ordine del Prefetto della Provincia di Fiume Temistocle Testa tutti gli uomini del villaggio, 91 vittime; il resto della popolazione fu deportata nei campi di internamento italiani e le abitazioni furono incendiate. Un comunicato del generale Lorenzo Bravarone documenta l’azione di intimidazione compiuta dai militari italiani il 6 giugno 1942 nei pressi di Abbazia, che comportò la fucilazione sommaria di 12 persone e la deportazione di 131 loro familiari. In 29 mesi di occupazione italiana della Provincia di Lubiana vennero fucilati circa 5.000 civili ai quali furono aggiunti 200 bruciati vivi o massacrati, 900 partigiani catturati e fucilati e oltre 7.000 persone (su 33.000 deportati), in buona parte anziani, donne e bambini, morti nei campi di concentramento, con circa 13.100 persone uccise su 339.751 abitanti.

Nel luglio 1941 il Montenegro fu occupato dalla 18^ Divisione fanteria “Messina” e dai Reali Carabinieri ma il 13 luglio la popolazione insorse sconfiggendo i reparti dell’esercito Italiano. Come reazione il Comando Supremo del R.E.I. trasferì in Montenegro sei  divisioni sotto il comando del generale di corpo d’armata Alessandro Pirzio Biroli che attuò durissime repressioni e rappresaglie. Nel Montenegro la divisione “Alba” incendiò interi villaggi e massacrò gli abitanti; 6 villaggi vennero bruciati nella zona di Čevo mentre la 5^ Divisione alpina “Pusteria” fece terra bruciata massacrando molti bambini. Il 2 dicembre 1941 i reparti del Regio Esercito irruppero nel villaggio di Pljevlja fucilando sul posto 74 civili; il 14 dicembre vennero fucilati 14 contadini nel villaggio di Drenovo mentre nei villaggi di Babina Vlaka, Jabuka e Mihailovici vennero uccise 120 persone, tra cui donne e bambini. Il 12 gennaio 1942 il generale Pirzio Biroli ordinò che per ogni soldato ucciso, o ufficiale ferito, la rappresaglia avrebbe compreso una proporzione di 50 ostaggi fucilati per ogni militare italiano e di 10 ostaggi fucilati per ogni sottufficiale o soldato ferito.Tra il febbraio e l’aprile 1942 i battaglioni alpini “Ivrea” e “Aosta” operarono rastrellamenti nella zona delle Bocche di Cattaro, fucilando 20 contadini e distruggendo 11 villaggi; il 7 maggio 1942 a Cajnice il generale Esposito ordinò l’esecuzione di 70 ostaggi presi tra la popolazione civile e il 20 giugno 1942 Pirzio Biroli fece fucilare 95 comunisti.

L’11 luglio 1942 il generale Mario Robotti scrisse a Emilio Grazioli, dopo le ennesime operazioni di rastrellamento a Lubiana e nella provincia, che era stata attuata la deportazione nei campi di più di 5.000 uomini e agli ufficiali italiani vennero impartite disposizioni che contemplavano la distruzione di interi villaggi con la deportazione e la fucilazione di ostaggi innocenti.

In due riservatissime lettere personali del 30 luglio e del 31 agosto 1942 indirizzate ad Emilio Grazioli il Commissario Civile del Distretto di Longanatico (Logatec) Umberto Rosin ha espresso le seguenti considerazioni: “Si procede ad arresti, ad incendi, […] fucilazioni in massa fatte a casaccio e incendi dei paesi fatti per il solo gusto di distruggere […] La frase «gli italiani sono diventati peggiori dei tedeschi», che si sente mormorare dappertutto, compendia i sentimenti degli sloveni verso di noi”.

Dal luglio 1942 le divisioni italiane, con grandi operazioni di rastrellamento, procedettero alla deportazione della popolazione dei villaggi in campi di concentramento, soprattutto di donne, di bambini e di anziani poiché gli uomini validi fuggivano per evitare di essere presi e fucilati. Tra l’estate del 1942 e quella del 1943 furono attivi sette campi di concentramento per civili sotto il controllo della II^ Armata; almeno 20.000 civili sloveni furono internati mentre un documento del Ministero dell’interno italiano dell’agosto 1942 indica 50.000 persone circa, di cui la metà donne e bambini; la causa principale delle morti nei campi era la fame, il freddo, gli stenti e le malattie.

Nel 1942 il regime italiano instaurò sull’isola croata di Arbe un campo di concentramento per i civili sloveni in cui in seguito furono deportati anche ebrei croati. Vi furono internati più di 10.000 civili, principalmente vecchi, donne e bambini; secondo il Centro Simon Wiesenthal questo campo, gestito completamente dagli italiani, ricevette 15.000 prigionieri dei quali 4.000 morirono; soltanto nell’inverno del 1942-1943 morirono 1.500 persone a causa della denutrizione, del freddo, delle epidemie e dei maltrattamenti.

Con ciò, ripeto, non voglio in alcun modo giustificare la grave tragedia subita dalla popolazione civile italiana ma anche questi efferati crimini commessi dagli italiani andrebbero ricordati nel Giorno del ricordo nel nome di una vera pacificazione tra i popoli all’insegna della verità storica!!!

 

ChiedendoLe scusa per il disturbo colgo l’occasione per porgerLe la mia stima con i miei più cordiali saluti.

Alberto Morandi

Varese, 17 Febbraio 2018

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