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Commemorazione 5 martiri di Ferno e Samarate – 6 Gennaio 2018

Si è svolta, Sabato 6 Gennaio 2018, la Commemorazione dell’Eccidio dei 5 Martiri di Ferno e Samarate (Nino Locarno, Silvano Fantin, Dante Pozzi, Claudio Magnoli, Paolo Salemi), avvenuta 73 anni or sono per mano fascista.

Dopo gli interventi introduttivi di saluto degli Amministratori Comunali di Samarate e Ferno (Ass.re Luca Macchi di Samarate e Sindaco di Ferno Filippo Gesualdi) e la commovente rappresentazione degli alunni di 4^ e 5^ elementare, che hanno interpretato alcune canzoni, è stata data la parola all’Oratore per la prolusione ufficiale dell’evento, l’Avv. Prof. Riccardo Conte, di cui riproduciamo per intero il discorso, pur avvertendo che lo stesso ha intercalato con altre riflessioni non scritte che gli sono state suggerite dall’ascolto dei ragazzi delle elementari.

 Commemorazione dell’eccidio di Ferno

(Ferno, 6 gennaio 2018)

di Riccardo Conte

 

  1. Onore ed oneri – Oggi ci troviamo qui a commemorare l’uccisione di cinque giovani partigiani il 5 gennaio 1945 ad opera di un reparto di avieri del Battaglione Azzurro dell’Aeronautica Militare, proveniente da Milano, messi sulle loro tracce dalla segnalazione di un giovane fascista.

Ricordiamo i nomi di questi giovani partigiani, che devono rimanere scolpiti nella memoria della Resistenza:

– Dante Pozzi (“Primula Rossa”) di anni 23;

– Silvano Fantin (“Piccolo”) di anni 18;

– Claudio Magnoli (“Claudino”) di 22 anni;

– Nino Locarno (“Walter”) di anni 23;

– Paolo Salemi (“Remo” e “Arturo”) di anni 23.

A loro e a tutti coloro che hanno combattuto, cadendo o sopravvivendo a quella terribile guerra, dobbiamo la nostra libertà e il fondamento della nostra Repubblica democratica, che si esprime nei principi della nostra Costituzione.

Non ritengo di dover riassumere qui i fatti di quel tragico 5 gennaio 1945. Già altri l’hanno fatto e con un’autorevolezza e una legittimazione che io non ho.

Indimenticabili le pagine scritte da Antonio Jelmini, il comandante “Fagno” nel libro La prima brigata lombarda, in cui descrive le modalità in cui persero la vita i cinque giovani; come commovente  e preziosa è l’intervista alla sorella di Locarno, Carla, nel libro Donne varesine tra Guerra e Resistenza.

Essere stato invitato a commemorare quella tragica pagina della Resistenza è per me un onore, sì, ma anche un onere.

Se qualcuno di Voi ha avuto modo di sentire qualche mio intervento in cui ho commemorato altri eccidi (penso, ad esempio, quando ho commemorato l’ottobre di sangue varesino), o in cui ho celebrato un anniversario della Liberazione o della Repubblica, ricorderà di come io abbia già evidenziato questo binomio: onore ed onere.

Avverto sempre un senso di disagio, poiché io sono un privilegiato, essendo nato dieci anni dopo la fine della II guerra mondiale ed ho avuto la fortuna di non conoscere un solo giorno di guerra; ho avuto la fortuna di vivere in un lungo periodo di pace, che nasce proprio dal sacrificio di milioni di persone che hanno perso la vita in quella guerra e dal sogno di “visionari” – mi riferisco specificamente ai firmatari del manifesto di Ventotene – che capirono che solo un’Europa unita avrebbe evitato il ripetersi di terribili conflitti, di stragi enormi, di “Stragi inutili” – per adottare un’espressione che il papa Benedetto XV aveva usato già nel 1917 in relazione alla I guerra mondiale – “stragi inutili” di innocenti, che derivano sempre dalla follia e dagli egoismi di pochi, anche se spesso questi pochi hanno saputo abilmente costruire tante alterazioni della realtà, tanti miti, tante false notizie da coinvolgere nella loro follia grandi porzioni delle popolazioni.

Non per altro i nostri Padri costituenti hanno voluto sancire nell’art.11 della nostra Carta costituzionale che «l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali».

  1. Sul concetto di solidarietà espresso nella nostra Costituzione – Ho appena usato alcuni termini che evocano situazioni e realtà contrapposte. Ho parlato:

– di guerra e pace;

– di egoismi che si contrappongono ad un altro modo di essere, quello che si esprime nella parola solidarietà;

– di Europa, che concettualmente possiamo contrapporre ad un’altra parola, nazionalismo, a cui si correlano altre due: follia ed alterazione (della realtà).

Pace, solidarietà, Europa: non stiamo usando belle parole che, retoricamente, infiorettano un discorso commemorativo: stiamo ricordando concetti che hanno una loro portata giuridica enorme nella nostra vita e che sono il patrimonio ereditario lasciatoci da chi ha combattuto nella Resistenza.

E su di essi vorrei soffermarmi.

Il concetto di solidarietà, nel senso di dovere di solidarietà, è espresso nell’art. 2 della nostra Costituzione, che sancisce: «La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale».

Vorrei sottolineare un aspetto. I Rivoluzionari francesi nel 1789 ebbero il coraggio di parlare di fraternité, fratellanza, che forse potrebbe esprimere un concetto più forte di solidarietà, forse anche un po’ utopistico, che sembra riecheggiare la discendenza da un unico Dio Padre.

Forse i nostri Padri Costituenti vollero essere più «concreti» e forse anche un po’ più «laici» (e sulla laicità tornerò) e parlarono – e ci parlano, poiché parlano tuttora attraverso la nostra Costituzione che essi scrissero! – di solidarietà.

E se attuassimo la solidarietà;

– se ci fosse un’attenzione alla correttezza nei rapporti umani, nella varietà delle loro articolazioni (nella giurisprudenza si parla di solidarietà anche nei rapporti contrattuali e commerciali[1] … anche se troppo spesso – le recenti vicende bancarie purtroppo ce lo confermano – troppi se lo dimenticano);

– se ci fosse un effettivo rispetto dei doveri e dei diritti reciproci;

– se la garanzia del lavoro ci fosse per tutti (come sancisce l’art. 4 della nostra Costituzione) e per tutti fosse garantita un’equa retribuzione (l’art. 36 della Cost., afferma che «il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia una esistenza libera e dignitosa») e fosse davvero combattuto l’indegno sfruttamento di lavoratori;

– se tutti pagassero le imposte e il sistema tributario fosse improntato ad un’effettiva equità e ci fosse vera attenzione alla spesa pubblica;

– … e potrei proseguire a lungo con questi esempi;

allora  avremmo fatto un gran passo avanti sul piano della giustizia sostanziale, quella a cui ha riguardo la norma contenuta nel secondo comma dell’art. 3 della nostra Costituzione, che Piero Calamandrei, uno dei padri costituenti, in un memorabile discorso del 26 gennaio 1955 a Milano, definì la più importante della nostra Costituzione.

L’art. 3 Cost., infatti, dopo aver affermato nel suo 1° comma, che «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali», afferma nel 2° comma che «E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e la uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese».

  1. Tradimenti e rigurgiti fascisti – Non possiamo certamente negare ad oltre 72 anni dalla Liberazione, nei quasi 72 anni di Repubblica, nei 70 anni di vigenza della Carta costituzionale che molte cose sono state fatte sul piano dell’effettiva eguaglianza dei cittadini, secondo le attese di coloro che combatterono per la nostra Democrazia.

Ma non possiamo dimenticare né che tradimenti vi sono stati e vi sono tuttora, né che molto resta da fare sul piano della solidarietà politica, economica e sociale e sul piano della rimozione degli ostacoli di ordine economico e sociale.

E neppure possiamo ignorare che il fascismo non è ancora finito e probabilmente non finirà mai. Poiché il fascismo non è dato solo dai gruppi che manifestamente lo predicano e lo celebrano tuttora, in forme comunque aggressive e violente; il fascismo si manifesta in molti modi perché laddove vi è una forma di sopraffazione, laddove vi è discriminazione, sia essa fondata – mutuo dal nostro testo costituzionale – su criteri di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali o sociali, lì, in qualche modo, consapevole o no, manifestamente od occultamente, c’è il fascismo.

Per stare sull’attualità: v’è fascismo, a mio parere, anche quando si predicano forme di esasperato liberalismo che vanno a scapito della solidarietà e tutte le volte in cui esigenze economiche giustificate in qualche modo (cioè, le voglie di arricchimento di pochi) prevalgono sui diritti costituzionali della persona.

Anche la mancata approvazione della legge sullo ius soli è stata un’occasione mancata per persone che italiane sono sul piano della realtà, ma tali non sono ancora riconosciute dall’ordinamento giuridico per gli egoismi di alcuni che sanno cavalcare le paure di molti.

Gli egoismi anche in ciò si manifestano, quando per meri interessi di bottega (politica) si sacrificano i diritti delle persone, quando in un modo o in un altro si conducono battaglie che portano ancora una volta a distinzioni sulla base delle etnie (razza) o sulla base di scelte di religione[2], o in base a condizioni sociali[3].

Del resto, come cominciò il fascismo se non per l’unione tra interessi economici di pochi (gli industriali, gli agrari) e l’ira dei reduci della Prima Guerra Mondiale che si sentivano traditi?

Questi fenomeni sono tipici dei momenti di crisi, quando i punti di riferimento, per così dire, «tradizionali» sono messi in discussione, quando le aspettative individuali o familiari o del proprio gruppo sono superiori alle possibilità che economicamente sono realizzabili. Allora è quasi inevitabile che ci si chiuda «a riccio» a tutela dei propri interessi, sentendosi aggrediti dal diverso, da estranei.

Si risponde «alla pancia», che non è un modo di dire qualsiasi, ma risponde ad un’antica concezione filosofica delle diverse anime che si riteneva caratterizzavano l’essere umano:  gli impulsi irrazionali si pensava venissero da un’anima che si collocava nel ventre.

La Storia ci insegna che quando all’interno di uno Stato le cose vanno male, per allentare la tensione si crea un nemico talvolta interno (il diverso, quale che sia: per condizioni personali, sociali o ideologiche), talvolta esterno (ieri i popoli confinanti, oggi, il timore dell’invasione).

Non importa poi se quel che si vuol credere un nemico è un perseguitato, fugge dalle guerre e dalla estrema povertà, addebitabile anche all’indegno sfruttamento che per secoli le terre da cui proviene sono state sottoposte magari proprio da noi occidentali e, arrivato qui, viene sfruttato indegnamente dal caporalato e da organizzazioni criminali, che gestiscono droga, prostituzione, accattonaggio. Ma che cosa succedeva agli emigranti interni negli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso?

Spesso le forze politiche che lavorano in tal senso ci fanno vedere solo una faccia della medaglia, non l’altra.

Spesso si spaccia per verità indiscutibile un aspetto della realtà, occultandone altri.

Spesso si gioca su un dato di fatto: per cui – come denunciava Montale nella poesia Fine del ‘68 – non importa se qualcuno muore (ammazzato o di fame e di sete, di malattie pur curabili), «purché sia sconosciuto e lontano».

Scriveva John Donne:

Nessun uomo è un’isola, intero per se stesso;

Ogni uomo è un pezzo del continente,

parte della terra intera; e se una sola zolla vien portata via

dall’onda del mare, qualcosa all’Europa viene a mancare,

come se un promontorio fosse stato al suo posto,

o la casa di un uomo, di un amico o la tua stessa casa.

Ogni morte di uomo mi diminuisce perché

io son parte vivente del genere umano.

E così non mandare

mai a chiedere per chi suona la campana:

essa suona per te.

Non possiamo qui soffermarci a lungo su questi temi, per quanto scottanti siano.

  1. L’Europa e la pace – Parlare degli egoismi ci porta a parlare d’Europa, poiché la crisi economica che molti Paesi appartenenti all’Unione hanno sofferto in questi ultimi dieci anni, ha portato a sviluppare dei sentimenti anti europeisti. L’Europa è oggi vista come quell’entità che ci stringe il cappio al collo quasi come l’usuraio fa coi suoi debitori.

Non ho le competenze economiche per entrare in questi temi: certamente rigidità vi sono state; ma questo è motivo per riformare alcune Istituzioni europee non per fuggire dall’Europa.

Vorrei ricordare che sono molte le leggi «giuste» (consentitemi l’uso di questo temine per semplicità: è chiaro che cosa intendo, date le premesse ideologiche da cui muovo) che l’Europa ci ha imposto e che difficilmente sarebbero state invece introdotte nel nostro Paese a causa delle varie lobbies e di alcuni potentati economici.

Ma qui mi preme un altro tema: che è quello della Pace. Poiché si potranno formulare fondatamente o infondatamente tante critiche all’Europa; ma un fatto è certo: è perché c’è l’Europa che da oltre 70 anni in questa parte del mondo Occidentale non abbiamo più vissuto un giorno di guerra e che era l’auspicio di chi, come i nostri Partigiani, voleva liberarsi una volta per tutte del nazifascismo, che alla distruzione dell’Europa aveva portato. E’ quanto si evince dal già ricordato art. 11 della nostra Costituzione, che – mi piace ricordarlo – ha un importante precedente nella Carta costituzionale del 1931 della breve e sfortunata Repubblica spagnola. All’art. 6 quella Costituzione sanciva: «España renuncia a la guerra como instrumento de política nacional».

Siamo partiti dal ricordo dei cinque partigiani uccisi qui a Ferno il 5 gennaio 1945 e poi abbiamo parlato di Costituzione. Ma che cos’è la nostra Costituzione se non uno dei più bei frutti, insieme alla Liberazione, della lotta partigiana, della Resistenza ?

  1. L’importanza dell’esperienza di unità della Resistenza e della Costituente e l’importanza della Storia – Quando io ero un giovane studente liceale tra la fine degli anni Sessanta e gli inizi degli anni Settanta del secolo scorso e, poco dopo, uno studente universitario, la mia generazione aveva grandi sogni di giustizia e di unità dei popoli.

Dobbiamo riaffermare – nonostante tutto, nonostante l’avanzata in molti Paesi proprio delle forze disgregatrici e reazionarie – quei sogni.

Non sarà facile. Ma quelle forze disgregatrici e reazionarie, quelle forze che in concreto rappresentano l’opposizione ai valori della Resistenza e dell’anti-fascismo, intanto hanno guadagnato terreno in quanto vi è stato un tradimento proprio dei valori della Resistenza e dell’anti-fascismo, che sono alla base di quella stella polare che è la nostra Carta costituzionale, che è una sapiente osmosi dei tre pensieri dominanti del sec. XX: il pensiero socialista (in senso ampio, vi comprendo anche le derivazioni comuniste), il pensiero cattolico e quello liberale. Perché oggi è proprio questo che manca: il riconoscersi realmente – al di là delle parole – nei valori della Costituzione; la nostra Costituzione, che trova il suo primo fondamento, in senso cronologico, nella lotta di Liberazione, che ha rappresentato un grande momento di Unità, che ha rappresentato la reazione ad idee di sopraffazione, riaffermando un principio che viene da lontano, e che raramente viene accolto nelle Carte costituzionali, ma che fu sancito dall’art. 35 dei Diritti dell’Uomo e del cittadino che precedevano la Costituzione francese del 1793: «Quando il Governo viola i diritti del popolo, l’insurrezione è per il popolo e per ciascuna parte del popolo il più sacro dei diritti e il più indispensabile dei doveri»; e in precedenza dall’art. 2 della stessa Dichiarazione che precedeva il testo costituzionale del 1791: «Il fine di ogni associazione politica è la conservazione dei diritti naturali e imprescrittibili dell’uomo. Questi diritti sono: la libertà, la proprietà, la sicurezza e la resistenza all’oppressione».

Oggi l’art. 20 della Legge fondamentale della Germania prevede qualcosa di simile, poiché dopo aver affermato che «La Repubblica Federale di Germania è uno Stato federale democratico e sociale», sancisce che «Tutti i tedeschi hanno diritto di resistere a chiunque tenti di rovesciare questo ordinamento, qualora non via altro rimedio possibile».

Perché il Fascismo questo fu e purtroppo questo è (nelle sue molteplici forme): oppressione e violazione dei diritti del popolo e dei popoli!

Nei momenti di crisi dovremmo rileggere la Storia, che è maestra di vita. Noi dobbiamo essere consapevoli di essere il punto d’arrivo di una storia e il punto di partenza di una storia, la consapevolezza di continuare una storia.

Ecco l’importanza della memoria della Resistenza e dei suoi martiri e dei suoi protagonisti e del ritrovarci qui a ricordare chi ha combattuto  e che dato anche la propria vita per la nostra Libertà e per la Democrazia. Dobbiamo avere consapevolezza da dove veniamo, conoscere il contesto in cui viviamo e la sua formazione, proprio allo scopo di progettare il nostro futuro.

Ecco che cosa rappresenta per i giovani di oggi e per i meno giovani la memoria della Resistenza, la memoria di chi vi partecipò, la memoria della Liberazione e quella del 2 giugno (vieppiù oggi, epoca in cui delle “chiese” del Novecento non resta, pur tra mille difficoltà, che la Chiesa cattolica).

Stiamo parlando dei fondamenti della nostra Repubblica, della nostra Democrazia e della nostra vita sociale, economica e politica; stiamo parlando delle speranze di quei giovani di oltre settant’anni fa, che, infine, nonostante il cambiare dei tempi, sono quelle nostre: vivere in un mondo di pace, poter costruire una famiglia, poter lavorare e progettare la vita, godendo anche di un sistema di tutela sociale. Un mondo in cui ci sia il rispetto delle libertà sancite dalla nostra Costituzione.

In questa storia si fonda non solo il nostro futuro, ma anche quello dei nostri figli e dei nostri nipoti perché nella Storia della Resistenza, della scelta repubblicana, nella Storia della Costituente e della capacità dei Padri costituenti di trovare una felice osmosi delle ideologie a cui si ispiravano, lì furono poste le premesse per arrivare alla nostra Costituzione ed ai suoi principi, in primo luogo ai suoi Principi Supremi, cioè, quelli che la caratterizzano e non possono essere toccati, neppure da una legge costituzionale, pena il passaggio ad un altro sistema. Sono in particolare (ma non solo) i primi 12 articoli della nostra Costituzione, unitamente all’art. 139 che impedisce la revisione della forma repubblicana.

Sono, tra gli altri i principi, che ho già ricordato (ma repetita juvant!), che sanciscono:

– che l’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro – e, dunque, non sul sistema finanziario e la potenza del danaro;

– che «La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale».

Sono gli articoli che sanciscono il principio d’eguaglianza ed impegnano la Repubblica a «rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e la uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese»;

– sono i principi che affermano che l’Italia è una Repubblica indivisibile, laica, che ripudia la guerra come mezzo di soluzione dei conflitti e si colloca in un più vasto e complesso ordinamento internazionale.

Bastano questi pochi riferimenti per comprendere quanta strada è stata percorsa all’indietro negli ultimi venticinque anni e quanta ne dobbiamo rifare per poter poi proseguire.

Il nostro futuro, infatti, non può prescindere dalla stella polare rappresentata dalla Costituzione e dai suoi principi.

La Liberazione fu un momento di unità. Quell’unità che, nonostante tutto quanto accadde tra il 25 aprile 1945 ed il 27 dicembre 1947, ha dato un frutto speciale, la nostra Costituzione.

Oggi – nel marasma che ci circonda (non solo nazionale) – abbiamo bisogno di una nuova unità per superare questa “gran tempesta” (mutuo dalla famosa terzina dantesca «Italia, Italia, di dolore ostello/ nave senza nocchiero in gran tempesta/ non signora di provincia ma bordello») .

L’unità, il compromesso tra forze anche molto distanti tra loro è possibile e talora necessario (questa è stata la storia della Liberazione e così nacque la nostra Costituzione), ma il problema è l’obiettivo comune: nel 1945 furono la Costituzione e la ricostruzione; oggi mi sembra che l’obiettivo non sia il medesimo per tutti, forse perché si sono persi di vista i grandi ideali.

Ma quei grandi ideali non li si vuol vedere a causa dei troppi interessi particolari, perché i grandi ideali sono quelli che ci mostra la nostra Costituzione, la nostra stella polare. Quelli che abbiamo già citato e non ci stancheremo di ricordare: l’uguaglianza, il diritto al lavoro (l’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro … non è un’oligarchia timocratica!), la laicità, la solidarietà, la tutela dei giovani e degli anziani, la tutela dei lavoratori …

E se questi ideali, questi valori si possono anche negare in concreto per qualche tempo a causa degli egoismi e degli interessi particolari, essi torneranno a riaffermarsi con tutta la loro forza, perché quei principi sono il sale della terra e la luce del mondo, sono una conquista dello Spirito dell’umanità, sono l’essenza stessa dell’Uomo.

Ma c’è una condizione: che si continui la lotta nel loro nome e nel ricordo di chi ha combattuto per la loro affermazione.

Viva la Resistenza – Viva la Costituzione italiana

 

Note a margine:

[1] «Il principio di correttezza e buona fede nell’esecuzione del contratto, espressione del dovere di solidarietà, fondato sull’art. 2 della costituzione, impone a ciascuna delle parti del rapporto obbligatorio di agire in modo da preservare gli interessi dell’altra e costituisce un dovere giuridico autonomo a carico delle parti contrattuali, a prescindere dall’esistenza di specifici obblighi contrattuali o di quanto espressamente stabilito da norme di legge; ne consegue che la sua violazione costituisce di per sé inadempimento e può comportare l’obbligo di risarcire il danno che ne sia derivato» (Cass., 6 agosto 2008, n. 21250; cfr. anche Cass., 7 novembre 2011, n. 23033, in materia di segnalazione alla Centrale rischi).

[2] Vorrei ricordare che Corte cost. 24 marzo 2016, n. 63 ha dichiarato l’incostituzionalità di una legge della Regione Lombardia in materia di edilizia di culto affermando che la Regione è titolata, nel governare la composizione dei diversi interessi che insistono sul territorio, a dedicare specifiche disposizioni per la programmazione e realizzazione di luoghi di culto; viceversa, essa esorbita dalle sue competenze, entrando in un ambito nel quale sussistono forti e qualificate esigenze di eguaglianza, se, ai fini dell’applicabilità di tali disposizioni, impone requisiti differenziati, e più stringenti, per le sole confessioni per le quali non sia stata stipulata e approvata con legge un’intesa ai sensi dell’art. 8, terzo comma, Cost. Va, dunque, dichiarata l’illegittimità costituzionale dell’art. 70, commi 2-bis, limitatamente alle parole “che presentano i seguenti requisiti:” e alle lettere a) e b), e 2-quater, della legge della Regione Lombardia 11 marzo 2005, n. 12 (Legge per il governo del territorio), introdotti dall’art. 1, comma 1, lettera b), della legge della Regione Lombardia 3 febbraio 2015, n. 2, recante “Modifiche alla legge regionale 11 marzo 2005, n. 12 (Legge per il governo del territorio) – Principi per la pianificazione delle attrezzature per servizi religiosi”; va anche dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 72, commi 4 e 7, lett. e), della legge reg. Lombardia n. 12 del 2005, introdotti dall’art. 1, comma 1, lett. c), della legge reg. Lombardia n. 2 del 2015.

[3] Nel maggio 2008 con decreto-legge era stata introdotta un’aggravante della pena generalizzata solo che il reato fosse stato commesso da chi si trovava illegalmente sul territorio nazionale. La Corte cost. ha dichiarato l’illegittimità costituzionale di tale previsione affermando che: “Il rigoroso rispetto dei diritti inviolabili implica l’illegittimità di trattamenti penali più severi fondati su qualità personali dei soggetti che derivino dal precedente compimento di atti «del tutto estranei al fatto-reato», introducendo così una responsabilità penale d’autore «in aperta violazione del principio di offensività […]» (…). D’altra parte «il principio costituzionale di eguaglianza in generale non tollera discriminazioni fra la posizione del cittadino e quella dello straniero» (…). Ogni limitazione di diritti fondamentali deve partire dall’assunto che, in presenza di un diritto inviolabile, «il suo contenuto di valore non può subire restrizioni o limitazioni da alcuno dei poteri costituiti se non in ragione dell’inderogabile soddisfacimento di un interesse pubblico primario costituzionalmente rilevante»” (Corte cost., 8 luglio 2010, n. 249).  La Corte ha precisato, inoltre, che “l’aggravante di cui alla disposizione censurata non rientra nella logica del maggior danno o del maggior pericolo per il bene giuridico tutelato dalle norme penali che prevedono e puniscono i singoli reati. // Non potrebbe essere ritenuta ragionevole e sufficiente, d’altra parte, la finalità di contrastare l’immigrazione illegale, giacché questo scopo non potrebbe essere perseguito in modo indiretto, ritenendo più gravi i comportamenti degli stranieri irregolari rispetto ad identiche condotte poste in essere da cittadini italiani o comunitari. Si finirebbe infatti per distaccare totalmente la previsione punitiva dall’azione criminosa contemplata nella norma penale e dalla natura dei beni cui la stessa si riferisce, specificamente ritenuti dal legislatore meritevoli della tutela rafforzata costituita dalla sanzione penale”.

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