comunicati

GIORNATA DELLA MEMORIA 2015

L’ Associazione Nazionale Partigiani d’Italia (Sez. Gallarate)

Commemorerà il sacrificio di quanti furono deportati e sterminati dalla furia nazista deponendo una corona di fiori sul Monumento alla Resistenza e sul cippo che ricorda i militari di tutte le Armi deceduti nei campi di concentramento.

L’Orazione Ufficiale a cura di Massimiliano Zocchi, di Anpi Gallarate.

L’ANPI di Gallarate, fedele ad una tradizione consolidata nel tempo e alla Memoria dell’Olocausto, in collaborazione con l’Assessorato alla Cultura del Comune di Gallarate, promuove, nel ricordo di quanti furono immolati sugli altari della atroce ideologia nazista dello sterminio, la celebrazione dell’evento invitando

Le Associazioni, i Partiti, le Istituzioni cittadine e scolastiche di Gallarate, i cittadini tutti, a partecipare.

Gallarate, 19 Gennaio 2015

p. l’Anpi Gallarate

il Presidente

M. Mascella

 

page0001

In una giornata splendida ed assolata, ma turbata da un vento insistente, ha avuto luogo la Celebrazione del Giorno della Memoria, alla presenza degli Ass.ri Angelo Protasoni e Cinzia Colombo ed alcuni Consiglieri Comunali, come Ivan Ventimiglia e Dario Terreni, in rappresentanza dell’Amm.ne Comunale, e di un discreto numero di cittadini.

La cerimonia ha avuto inizio depositando un omaggio floreale sulla lapide di Carlo Noè, simbolicamente rappresentante dei caduti di tutte le guerre, in un lungo e partecipato minuto di silenzio. Si è poi proseguiti in corteo verso la Tomba del Partigiano e dei Deportati, ove il Pres. della locale sezione Anpi Gallarate, M. Mascella, dopo una brevissima introduzione durante la quale ha ricordato come la Legge n° 211 del 20 Luglio 2000 rammenti a tutti le atrocità commesse da nazifascismo non solo verso gli ebrei, ma verso chiunque avesse osteggiato il regime e comunque sgradito a questo, come accaduto per Vittorio Arconti e Giuseppe Rossi, perseguitati politici, ha dato la parola a Cinzia Colombo.

L’Ass.ra Colombo nel suo breve ma intenso intervento ha voluto ribadire come la persecuzione di cui furono oggetto molte persone riguardi anche, nel tempo in cui viviamo, i “diversi” in genere, per cui ognuno può sentirsi a suo modo “ebreo”: ha esortato dunque tutti all’attenzione ed alla vigilanza ed a respingere qualunque forma di discriminazione e ghettizzazione verso gli altri, in particolare gli immigrati ed i gay.

L’Ass.re Protasoni ha voluto ricordare in particolare le due nostre concittadine, Clara Pirani Cardosi e Lotte Froehlich Mazzuchelli che, con la complicità delle autorità fasciste, furono vittima della follia nazista. Lotte Mazzuchelli fu vittima della strage di Meina e Clara Cardosi, moglie del Preside del nostro Ginnasio, fu uccisa in una camera a gas ad Auschwitz. L’unica loro colpa era d’essere ebree. La maggioranza di noi gallaratesi, allora, girò la testa dall’altra parte e, in seguito, il nostro Municipio e le nostre scuole preferirono non ricordare per quasi cinquant’anni. Oggi abbiamo il Dovere di trasmettere ai nostri giovani la Memoria di quella follia collettiva.

Ha così proseguito invitando tutti ad una breve sosta davanti alla lapide che ne ricorda la tragica scomparsa, ad opera di inique delazioni da parte di compiacenti funzionari pubblici dell’epoca: successivamente ci si è recati per l’omaggio sul luogo citato.

Mascella ha indicato ai convenuti la presenza alla cerimonia del Partigiano Combattente Giuseppe (Pippo) Platinetti, classe 1923, che ha voluto presenziare l’evento.

Ha poi dato la parola a Massimiliano Zocchi per l’Orazione Ufficiale, che riproduciamo per intero qui di seguito:

2015-01-25-11-33-13

Giorno della Memoria 2015

Oggi celebriamo il Giorno della Memoria istituito con una legge del 20 luglio 2000 che nel primo articolo riconosce il 27 gennaio come data simbolica per “ricordare la Shoah, lo sterminio del popolo ebraico, le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, e a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati”.

70 anni fa, il 27 gennaio 1945 i soldati dell’Armata Rossa abbattevano i cancelli di Auschwitz e liberavano i prigionieri sopravvissuti allo sterminio del campo nazista. Le truppe liberatrici, entrando nel campo di Auschwitz-Birkenau, scoprirono e svelarono al mondo intero il più atroce orrore della storia dell’umanità.

Oggi noi lo ricordiamo ma per lungo tempo non è stato così perché gli stessi sopravvissuti all’orrore non volevano ricordare, hanno faticato a raccontare la loro esperienza perché l’abisso in cui erano stati scaraventati era troppo profondo e dover ricordare l’annichilimento a cui erano stati sottoposti era troppo doloroso. Perfino i soldati sovietici che liberarono il campo hanno avuto forte difficoltà a parlarne, uomini che in guerra vedevano continuamente la morte, dei compagni o dei nemici, sono rimasti scossi dal conoscere un orrore come questo.

Chi ha parlato subito e ha voluto testimoniare, a costo delle proprie sofferenze, è stato Primo Levi, ebreo, partigiano azionista e poi indimenticabile scrittore, ma ricordare è difficile – scrive – perché l’esperienza del lager appare così assurda da risultare incredibile, uno dei suoi incubi è il racconto della sua sventura alla sorella, dalla quale non era creduto.

Ecco un altro ostacolo che si frapponeva alla memoria e che poteva scoraggiare i testimoni: coloro che non avevano vissuto il dramma più inumano non accettavano di capire tanto dolore o semplicemente se ne volevano distaccare per ricominciare a vivere dopo la guerra.

Il coraggio di Primo Levi si attua nella scrittura di uno dei libri della letteratura italiana più tradotti nel mondo: Se questo è un uomo.

Il testo uscì nel 1947, nella totale indifferenza. Il successo editoriale arrivò tra fine degli anni Cinquanta e gli anni Sessanta, anche questo deve far parte della memoria: l’esperienza dei sopravvissuti è stata così traumatica da essere quasi incomunicabile e ha richiesto anni per essere accettata.

L’internamento nel lager è stata un’esperienza estrema, inconcepibile per chi ritiene la storia un progressivo cammino di evoluzione e civiltà. Purtroppo la storia non è un lineare progresso di civiltà e il ritorno alla barbarie è sempre un rischio presente, le conquiste dell’ingegno umano e la tecnologia che ci facilita la vita non ci salvano dai rischi di involuzione. Auschwitz e l’universo dei lager dimostrano che è possibile il contrario: esiste il lato disumano del progresso tecnico che può essere utilizzato per l’umiliazione e l’annientamento dell’individuo.

Lo sterminio di massa viene messo in opera mediante un disegno pianificato con razionalità industriale. All’interno di questo processo l’umanità delle persone deve essere annullata, a partire dalla deportazione che avviene con vagoni ferroviari per il trasporto della merce, non adatti neanche per il trasporto di animali, l’internamento nel lager è il momento in cui viene spremuta la forza lavoro sino alla consunzione e il ciclo si chiude con la morte provocata da un gas frutto della ricerca chimica, lo Zyklon B, composto a base di cianuro prodotto dalla I. G. Farben, grande industria tedesca specializzata in antiparassitari. E sempre per logica razionale, le grandi quantità di cadaveri che occupano troppo spazio vengono inceneriti nei forni crematori, fabbricati dalla ditta Topf di Wiesbaden che dopo la guerra ha continuato a operare, senza nemmeno sentire lo scrupolo di cambiare denominazione sociale.

L’illuminismo ci ha insegnato che il sonno della ragione genera mostri, ma ora sappiamo che anche la ragione, la razionalità può creare mostri. La ragione è necessaria ma non è sufficiente, per non generare mostri dobbiamo saper riconoscere il male e saperlo rifiutare.

Donne, bambini, uomini che varcarono la soglia del campo furono privati degli abiti, delle scarpe, dei capelli, degli oggetti personali, dei denti d’oro e delle protesi degli arti. Tutti questi oggetti venivano riutilizzati dalle industrie tedesche. Chi era inabile al lavoro, tra cui coloro che subivano il distacco della protesi era subito condotto nelle camere della morte. Gli internati venivano privati anche del nome e l’identificazione era costituita da un numero di matricola inciso sulla carne, primo atto di degradazione dell’individuo che nel campo viene considerato un oggetto di scarsissimo valore.

Alla privazione dell’identità si aggiungono arbitrarie vessazioni di ogni tipo, carichi di lavoro esagerati e nutrimento gravemente insufficiente, questo provoca, con il passare dei giorni, la progressiva perdita del proprio corpo sino a che le persone non sono state ridotte a scheletri barcollanti. Quando i medici constatavano che la capacità lavorativa dei prigionieri era esaurita, venivano condotti nelle camere a gas dove anche la morte non avveniva in maniera indolore, ma era una lenta asfissia.

I numeri della Shoah ci dicono che sono stati sterminati 6 milioni di ebrei , oltre 3.000.000 di prigionieri di guerra sovietici, 500.000 nomadi, oltre a dissidenti politici, omosessuali, testimoni di Geova, disabili e malati di mente.

Auschwitz si è potuta verificare perché migliaia di persone che sapevano si sono rifiutate di porsi il problema della loro responsabilità. Quanti complici, che non hanno ucciso, hanno però permesso che il sistema dell’annientamento funzionasse, in Italia in particolare i fascisti che si sono resi esecutori delle decisioni tedesche. Comprendere anche questo significa avere gli strumenti per costruire il domani.

Mantenere la memoria è il primo passo per evitare che questi drammi si ripetano, ma non è sufficiente se non sappiamo riconoscere il male dell’antisemitismo e più in generale del razzismo e di tutte le intolleranze che si nasconde dietro a forme nuove e che possono apparire rassicuranti.

C’è oggi chi dice che gli italiani sono maltrattati in patria e gli stranieri godono di tutti i privilegi, ma chi onesto intellettualmente sarebbe disposto a scambiare la propria situazione di cittadino italiano con quella di immigrato?

E’ proprio con questo tipo di argomenti che nella Germania nazista è cominciato il nefasto percorso che ha portato alla Shoah, passo dopo passo i tedeschi si erano convinti di essere loro le vittime degli ebrei, ebrei che venivano dipinti dalla propaganda come spregevoli e carnefici del popolo tedesco.

Non è forse questo che ci ha voluto ricordare Primo Levi? Primo Levi ha scritto che ogni qualvolta si pensa che uno straniero, o un diverso da noi è un Nemico, si pongono le premesse di una catena al cui termine c’è il lager, il campo di sterminio.

A dimostrazione di come sia facile cadere in questo tipo di errore si deve tener presente che storicamente gli stati tedeschi e mitteleuropei erano generalmente più tolleranti verso gli ebrei, rispetto ad esempio, agli inglesi, dove invece l’ebreo come figura negativa ha un posto rilevante perfino nella letteratura. Eppure in un momento di grave disagio seguito alla sconfitta nella prima guerra mondiale i tedeschi sono stati pronti ad addossare la colpa dei loro problemi a chi appariva diverso.

L’unico antidoto al male è la capacità di riconoscere nell’altro un uomo o una donna come noi.

L’incontro con gli altri è sempre incontro con ciò che è diverso da noi e la diversità impaurisce, ma la paura più dannosa è quella che ci fa rifiutare l’incontro, la paura che l’incontro ci possa cambiare, ci possa contaminare. Non è forse questa la paura che muove i terroristi? Non hanno forse paura che la loro visione del mondo possa essere contaminata? Infatti se di recente, e anche in passato, i terroristi hanno colpito il mondo occidentale, molto di più essi colpiscono i loro simili colpevoli di non essere abbastanza puri, di essere stati contaminati dallo stile di vita occidentale.

Non dobbiamo commettere il loro stesso errore.

Chi pensa che per opporsi al terrorismo vada rafforzata la nostra identità non si rende conto che, come si è visto in Francia recentemente, la nostra identità è innanzitutto liberté, libertà di movimento, di espressione, di credo religioso, di convinzioni politiche, ma libertà per tutti. Rinnegando questa ci prepariamo a emarginare i diversi e costruiamo il primo anello della catena di cui ci parla Primo Levi. Questa identità è un’identità forte perché è essa stessa la base per l’integrazione e per la comprensione, unica possibilità per togliere forza al terrorismo. Tutto il contrario dell’emarginazione che non può che produrre sentimenti di rivalsa negli emarginati che possono trovare uno sfogo nell’adesione al terrorismo.

Questa nostra identità è anche vincente: le nostre libertà non sono solo forti ma anche ambite da milioni di persone nel mondo che non ne hanno. Anche nel mondo islamico, si pensi ad esempio alle donne saudite che sfidano il divieto loro imposto di poter condurre un’automobile.

No, il riconoscere la propria identità non significa opporre un muro contro un’altra identità, ma in particolare la nostra identità, basata sulla libertà, ci dice che dobbiamo rifiutare ogni forma di intolleranza.

Questo deve essere il frutto di questa giornata: il rifiuto di tutti i razzismi e di tutte le intolleranze, la ricerca continua dell’incontro e della comprensione reciproca, perché la pace e la libertà non sono mai conquistate una volta per tutte.

Massimiliano Zocchi

Gallarate, 25 Gennaio 2015

p. le foto, clicca qui

Lascia un commento

I campi con * sono obbligatori