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COMMEMORAZIONE ANGELO PEGORARO – DOMENICA 18 GENNAIO 2015

Breve ma intensa la cerimonia commemorativa per l’assassinio di Angelo Pegoraro, avvenuto il 16 Gennaio 1945, poco tempo prima della fine del fascismo con l’avvento della Liberazione.

Introdotta brevemente dal Pres. Anpi Gallarate M. Mascella, è proseguita con un intervento del Sindaco Ing. Edoardo Guenzani che, insieme all’Ass.ra Cinzia Colombo, ha presieduto la celebrazione.

E’ seguito poi il discorso ufficiale dell’oratore incaricato, il V. Pres. di Anpi prov.le Varese Massimo Ceriani, alla presenza dell’anziana sorella del Martire, Luigia Pegoraro, oggi novantenne, testimone dell’assassinio.

Erano presenti forze politiche quali Rifondazione Comunista e PdCI, oltre iscritti all’Anpi e cittadini.

Qui di seguito, come tradizione, l’impegnato discorso di Massimo Ceriani:

 

ORAZIONE UFFICIALE COMMEMORAZIONE ANGELO PEGORARO

DOMENICA 18 GENNAIO 2015

“NOI E LORO”

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Quando ci troviamo a ricordare i giovani della Resistenza al fascismo c’è una domanda che ci riguarda: che cosa e come noi  memorizziamo quelle vicende della resistenza, ormai lontane settanta anni?

Qual è il valore della memoria per noi?

Lo storico David Bidussa ha scritto che ricordare è un atto che si compie tra vivi, ed  è volto a legare tra loro gli individui; Quando parliamo di memoria pubblica ci riferiamo a un patto in cui ci si accorda su cosa trattenere e cosa lasciare cadere degli eventi del nostro passato.

Questo ricordare, questo rapporto con il passato non è immodificabile, e nel corso del tempo ci troviamo a cambiare significati, a sottolineare  in modo diverso le ricorrenze, il nostro calendario civile.

Allora sorge un’altra domanda: perché ci ritroviamo qui ogni anno? E non è una domanda scontata; ogni volta dobbiamo trovare motivi, rintracciare ragioni; quale è il significato che attribuiamo alla resistenza; cosa tratteniamo di quegli eventi, a chi e a quali fonti ricorriamo …

Cosa fu la Resistenza al fascismoVorrei rispondere con una breve rassegna di parole chiave …

Non solo asprezza e drammaticità dello scontro;  quel ritirarsi sulle montagne era come un ripartire da zero, una inebriante aria di nuovo inizio, una rinascita morale prima che politica, un“impulso di mettersi fuori legge”, di ribellarsi a un ordine sociale ingiusto, alle menzogne della propaganda del regime, di liberarsi  dalle costrizioni più odiate e scoprire nuovi modi di essere e di vivere.

E c’era allegria come ha scritto  Guido Piovene, scrittore, che ricorda quei mesi come  i più belli della sua vita “non furono anni tetri, ma allegri, dell’allegria che nasce dalla colleganza con altri uomini”. E si combatteva come ha detto Lidia Menapace, staffetta partigiana, perché  “si voleva la pace e si amava la vita”,  e  “la Resistenza fu colorata”, dei più diversi colori culturali e politici

In una testimonianza riportata dallo storico. Claudio Pavone: “Si lottava per cambiare  il mondo …  noi volevamo che  il lavoro fosse un bene per tutti, un diritto di tutti. Aspiravamo a una società senza sfruttati né sfruttatori, e da questo mi pare che siamo ancora molto lontani. Combattendo volevamo un futuro diverso. Prima di tutto abbiamo lottato per cacciare i tedeschi dal nostro paese e i fascisti che erano i loro servi … poi abbiamo lottato per creare un’Italia democratica, ma un’Italia nuova”.

L’Italia è oggi una democrazia perché allora vi fu chi ebbe il coraggio di opporsi alla dittatura e di assumersi la responsabilità di fare qualcosa, ribellandosi alla violenza e all’oppressione…

Di quegli anni tragici, non ci fu solo dolore e lutti  per le tante persone travolte dalla violenza, dalla guerra … la Resistenza  fu per una generazione intera o per una parte significativa un grande momento di crescita, di formazione di sè, di educazione alla vita”; come racconta molta letteratura resistenziale, in quella stagione di durezza degli scontri e asprezza di un’esistenza dove mordevano il freddo, la fame, i pidocchi vi era un desiderio (e un progetto)  di società  libera e più giustaun percorso di libertà e di emancipazione.

Nel 1973 Norberto Bobbio, professore di filosofia, scrisse nelle premesse al diario di Dante Livio Bianco, avvocato e resistente nelle formazioni di Giustizia e Libertà, queste parole:

Se in una società sempre più corrotta e volgare come la nostra, abbiamo ancora qualche ragione di guardare al passato e di trarne un conforto, questo passato è la resistenza viva, non quella imbalsamata, incompiuta o interrotta, la resistenza come impeto, destinata a indicare – ancora oggi –  una meta ideale più che prescrivere un risultato, con tutte le sue debolezze e le sue speranze, con i suoi sacrifici, i suoi ardimenti, la sua nobiltà.

Ne scaturì un testo: la Costituzione italiana che è Il frutto più importante della Resistenza; la nostra Costituzione che ha messo al centro la dignità del lavoro, la tutela della persona, i diritti di uguaglianza, l’accesso a condizioni fondamentali come l’istruzione e la salute. La Costituzione italiana, che ci indica ancora oggi la bussola, l’orientamento per muoverci in un periodo difficile …

Cosa può dire l’antifascismo oggi? non può certo essere ridotto all’antifascismo militante, che consiste nello scontrarsi e nel ribattere colpo su colpo a quello che fanno i fascisti e i neofascisti.

Antifascismo militate: parole poche, legnate tante.

C’è un impegno più profondo, più serio, quello che ci deve indurre a interrogarci e ragionare sul perchè l’intera Europa è percorsa da ondate di nazifascismo, perché compaiono autoritarismi e populismi e idee razziste nel mondo. Perché le guerre e il terrorismo si sono insediate al centro della scena mondiale e comprendere il fenomeno epocale delle migrazioni di popoli e di milioni di persone che lasciano i loro paesi

L’antifascismo è la ricerca di risposte (concrete) a questi interrogativi; è approfondimento e ragionamento, è impegno a far conoscere che cosa è stato il fascismo, è lotta contro l’indifferenza e la rassegnazione, è impegno contro ogni forma di autoritarismo e di soprusi.

E’ presenza culturale, è riscoperta  dei valori dell’illuminismo;

(ci sono tre parole: libertà uguaglianza, fraternità … che costituiscono ancora oggi una sfida, un orizzonte non di futuro lontano ma di impegno quotidiano, di responsabilità civile )

Vorrei accennare a due “esempi” di pratiche antifasciste, di pratiche civili che riportano a quelle  parole …

1    Gli stranieri, gli extracomunitari in Italia

Agli inizi degli anni 90 i cittadini stranieri censiti in Italia erano circa 400 mila; dieci anni dopo erano diventati un milione in più; oggi sono circa 5 milioni, tra regolari e non (quasi il 10% della popolazione)

Questa presenza, questa diversità per il colore della pelle, per le tradizioni e le culture di provenienza è qui in mezzo a noi, condivide il nostro spazio di relazione, partecipa della nostra esistenza collettiva; e ci costringe  a confrontare  gli stereotipi con la realtà, i pregiudizi, buoni o cattivi, con la conoscenza.

Norberto Bobbio  aveva scritto  l’elogio della mitezza, sottolineando il nesso tra questa virtù e la dimensione inclusiva della democrazia, indicando anche nel linguaggio della mitezza la capacità di creare amicizia, fraternità – la mitezza che nega radicalmente una contrapposizione tra noi e loro, tra noi e gli altri, che nega che le relazioni e il conflitto con gli altri siano impostati su divisioni ferree di bene e di male, tutto il bene di qui … e su meccanismi di esclusione più che di inclusione,

In piazza a Milano il 25 aprile scorso circolava una frase che approvava  il diritto all’ospitalità: la resistenza  oggi è chiudere  i CIE, i Centri di Identificazione ed Espulsione;

Sul tema delle migrazioni, dobbiamo come cittadini e come istituzioni trovare strade in grado di dare risposte giuste e umane sia al livello locale sia a livello globale;  è una partita aperta, complicata  e ne va dei diritti alla vita e della dignità delle persone …

Oggi siamo chiamati a mettere in campo  qualcosa che abbia a che fare con una cultura della legalità e della cittadinanza, che serva a costruire convivenza civile.

Sulla vicenda recente di Parigi

“Siamo in guerra”, hanno ripetuto in tanti. Anche papa Francesco lo ha affermato, qualche mese fa: la terza guerra mondiale è già cominciata. Ma in guerra fra chi, in guerra contro chi?

Noi e loro.   Una guerra di civiltà contro la guerra santa perseguita dall’islamismo radicale

Noi e loro, l’Occidente  come patria della libertà e della tolleranza,  e l’Altro, il Nemico, come orribile, mostruoso, disumano, fanatico e quindi privo di qualunque ragione, incomprensibile e quindi ingiustificabile.

Noi occidentali ci siamo sbrigativamente assolti da ogni errore e da qualunque crimine.

Quasi nessuno ricorda che la guerra l’abbiamo iniziata noi occidentali con le nostre imprese coloniali e neo coloniali, né che siamo stati noi a foraggiare di risorse e armi il nemico: dall’appoggio ai Talebani in funzione antirussa all’alleanza con l’Arabia Saudita, la vera testa di serpente di tutti i fondamentalismi…

Quasi nessuno ricorda che siamo stati noi occidentali ad appoggiare i peggiori regimi totalitari (dallo Scià di Persia ai militari egiziani) contro i movimenti popolari che volevano rovesciarli, per paura di perdere il controllo sul petrolio. Nel 2011, il presidente Hollande ha appoggiato con decisione le milizie jihadiste in Libia contro Gheddafi e in Siria contro Assad.

Siamo chiamati a mobilitarci in una guerra contro il terrorismo che viene presentata come una guerra di religione e uno scontro fra civiltà; così sperano di indurci a rinunciare a ulteriori quote di libertà (non l’innocua libertà di satira, ma quella di contestare, lottare, esprimere opinioni antagoniste nei confronti del sistema neoliberista e delle sue politiche) in cambio di sicurezza e dell’innalzamento dei livelli securitari.

Ma o si fanno politiche di accoglienza altrimenti il rischio è che si vada dritti verso quello scontro di civiltà a cui puntano proprio i terroristi.

Fino a quando la nostra democrazia non dimostrerà di essere accogliente, e non tenterà di operare, anzitutto l’Europa, secondo una geopolitica di cooperazione e di discontinuità e rottura delle disuguaglianze, questo tipo di terrorismo e di guerre troverà sempre terreno favorevole.

Salvatore Natoli indica che in questa Europa, la risposta da dare è una ripresa della laicità, è la ripresa  dello spirito pubblico e del senso di responsabilità civile. Il lavoro che abbiamo da fare è, suggerisce Natoli, “…lasciare alle polizie le emergenze, e ogni cittadino deve lavorare sul tempo lungo, creare una cultura del confronto, una cultura del discorso pubblico”.

Chiudo con la lettura di un brano della scrittrice Agota Kristof, la voce di una donna che non si lascia imprigionare dalla lingua della guerra  – come  Don Colmegna della casa della Carità di Milano, casa della fraternità … che a Gallarate il 12 gennaio ha sottolineato che bisogna usare il linguaggio della mitezza…

“… In una cantina trasformata  in taverna, degli uomini bevono vino, per lo più anziani ma ci sono anche qualche giovane e tre donne.

Entriamo, nessuno bada a noi… Uno di noi comincia a suonare l’armonica e l’altro a cantare una canzone di successo dove si parla di una donna che attende  il marito partito per la guerra … Cantiamo, suoniamo sempre più forte.

Una donna ride e batte le mani. Un giovane, a cui manca  un braccio, dice con voce rauca: ancora, suonate ancora. Un uomo molto magro si avvicina e ci urla  in viso: zitti, cani. State tutti zitti.

Qualcuno dice: è sordo, ed  è completamente matto.

Un vecchio ci accarezza  i capelli: che  mondo disgraziato. Poveri piccoli. Povero mondo.

Una donna dice: sordo o matto, lui è tornato. Anche tu sei tornato. E si siede sulle ginocchia dell’uomo a cui manca  un braccio.

L’uomo dice: hai ragione,bella mia. Sono ritornato. Ma con che lavorerò? Con cosa terrò fermo l’asse da segare? Con la manica vuota della giacca?

Un altro giovane, seduto su una panca, dice ridacchiando: anch’io sono ritornato. Solo che sono paralizzato da qui in giù. Le gambe e tutto il resto. Non mi si rizzerà più. Avrei preferito crepare subito, ha sì, restarci sul colpo.

Un’altra donna dice: Non siete mai contenti. Quelli che vedo morire all’ospedale dicono tutti: quale che sia  il mio stato, mi piacerebbe sopravvivere, tornare a casa, vedere  mia moglie, mia madre, non importa come, vivere ancora  un poco.

Un uomo dice: Tu chiudi il becco. Le donne non sanno niente della guerra.

La donna dice: Non sanno niente? Coglione. Abbiamo tutto il lavoro, tutte le preoccupazioni: i bambini da sfamare, i feriti da curare. Voi, una volta finita la guerra siete tutti degli eroi. Morti: eroi. Sopravvissuti: eroi. Mutilati: eroi. E’ per questo che avete inventato la guerra, voi uomini. E’ la vostra guerra. L’avete voluta voi, fatela allora, eroi dei miei stivali.

Tutti si mettono a parlare, a urlare. Il vecchio vicino a noi, dice: Nessuno ha voluto questa guerra. Nessuno, nessuno”.

Nel tempo atroce dell’ultima guerra, questa voce di  donna  ci dice: Fare pace dove c’è guerra, avere il coraggio di chi compie gesti che quotidianamente creano le condizioni necessarie per la vita, non lasciarsi imprigionare dalla lingua della guerra.

Massimo Ceriani

V. Pres. Anpi Prov.le Varese

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