comunicati provinciali

Convegno sul neofascismo – Busto Arsizio – 9 Febbraio 2013

Convegno sul neofascismo

Le nuove destre nell’epoca della crisi

Sabato 9 Febbraio 2013 dalle ore 15.00 alle ore 18.00

Busto Arsizio – via Molini 2

c/o Molini Marzoli, Sala Tramogge

Interverranno:

Saverio Ferrari –  Osservatorio sulle nuove destre

L’estrema destra in Europa e in Italia

Enzo Laforgia – Istituto “L. Ambrosoli” per la Storia dell’Italia contemporanea e del movimento di Liberazione

Una lunga linea nera. Cronistoria del’odio razzista nel nostro territorio

Brunello Mantelli – Storico – Università di Torino

Fascismo/antifascismo nella storia d’Italia

Interventi del pubblico, cittadini, studenti e associazioni

conclude

Carlo Smuraglia – Presidente Anpi Nazionale

L’Anpi e l’antifascismo oggi

Il Convegno promosso dal Comitato Provinciale Anpi Varese ha ottenuto un grande successo, ed una affermazione ancora più accresciuta intorno ai temi trattati dall’introduzione del Presidente Prov.le Angelo Chiesa, dai Relatori Saverio Ferrari ed Enzo Laforgia, dallo stesso Presidente Nazionale Carlo Smuraglia. Tra gli interventi che si sono succeduti,  pubblichiamo qui di seguito quello di cui abbiamo il relativo formato elettronico:

Fascismo e neofascismo, due parole cadute quasi in disuso, ormai lontane dal vocabolario collettivo. Se non altro perché, seppure è un gioco di memoria più o meno facile definire ciò che è fascismo, diviene assai difficile definire quello che significa essere fascisti o antifascisti oggi. Se si cade nella trappola della testimonianza storica, da una parte, la nostra, diventa un’inutile presenza fine a se stessa, come sola testimonianza relegata nel passato; dall’altra, la loro, facciamo loro un bel regalo, relegandoli a loro volta in testimonianza di se stessi, trattandoli come maschere carnevalesche, come ridicoli nostalgici, così come ci appaiono a Predappio nel commemorare il loro grande piccolo capo.

Non è così, ed allora è necessario aggiornarsi, e far sì che il termine “neofascismo” abbia una sua intrinseca semantica. Non solo fascismo riprodotto nei più visibili segni degli anfibi o delle teste pelate. Non solo azioni punitive di gruppo verso soggetti più deboli, non solo fuocherelli a qualche sede di partito o associazione a loro non conforme. Insomma, non solo ciò che alcuni preferiscono definire “ragazzate”, facendo spallucce, girando la testa, non riconoscendo l’enorme problema sociale che vi è dietro, rendendosi complici della caduta libera della nostra democrazia.

Non mi interessano gli anfibi e le teste pelate, non mi interessano granché i manganelli con scritto “dux” in vendita negli autogrill, ancor meno mi interessano le feste a suon di musica Oi, all’urlo Eja Eja Alalà.

C’è un problema di fondo che rende l’Italia tanto diversa dalle grandi democrazie Europee: a parità di crisi economica e sociale, viviamo l’assenza di una forte cultura democratica largamente condivisa; Questo agevola, a sua volta, la crescita di movimenti popular-qualunquisti, che a loro volta minano il vivere democratico. Abbiamo sbagliato noi, tanti anni fa. Non abbiamo fatto i conti con il passato, non li abbiamo fatti allora, ed evitiamo di farli oggi, limitandoci a condannare gli atti violenti, perpetuando l’errore pregresso.

Ci siamo dimenticati come sono andati i fatti. Il 25 Aprile 1945 ci siamo riscoperti tutti antifascisti, come svegliati da un sonno durato un ventennio, dove i responsabili si contavano sulle dita di un paio di mani. Un popolo all’appello. Il verdetto: Assolti. Assolti perché il fatto non sussiste. Nessun colpevole, nessun complice. 40milioni di vittime. Vittime silenziose di un uomo solo, e pochi altri.

È li che abbiamo perso, ed è li che dobbiamo andare a prenderci la rivincita. Non certo colpevolizzando indistintamente tutti i nostri concittadini, ma riflettendo sulle colpe e sulle responsabilità collettive, perché se non si capisce dove si è sbagliato, difficilmente si scarta il prossimo errore. Ricordare per non dimenticare significa anche questo. Significa anche fare autocritica. Quando un bambino cade dalla sedia perché sta dondolando, capisce immediatamente, come fosse un riflesso condizionato, che se lo farà di nuovo, con ogni probabilità cadrà di nuovo. Così noi dovremmo comprendere che se si lascia spazio al serpente della crisi, se si abbandonano le persone in difficoltà, se si lascia un’intera generazione senza opportunità di lavoro, di vita voglio dire, queste saranno indubbiamente meglio predisposte verso chi gli farà ottenere ciò di cui hanno bisogno, costi quel che costi, e al diavolo se la colpa è degli extracomunitari che ci vengono a rubare il lavoro. Se ne tornino a casa loro. O vadano in prigione alla peggio.

In tempi di crisi, si sa perché è la storia ad insegnarcelo, c’è largo spazio per populismo e qualunquismo, per grandi promesse, e sogni di gloria. E allora dobbiamo seminare la strada di ostacoli per impedirne l’avvento. E gli ostacoli migliori, sono, indubbiamente, la cultura e la coscienza collettiva. Una cultura che poco abbia a che fare con le poesie imparate a memoria, ma che sappia fornire gli strumenti necessari per leggere gli avvenimenti del mondo, e per sapersi difendere dalle parole vuote. C’è bisogno di tanta cultura proprio quando 80000 giovani decidono di non iscriversi all’università, quando comincia a farsi largo anche tra di noi l’idea che l’università non è per tutti, che in fin dei conti è inutile, che stiamo abbandonando i lavori di una volta non valorizzando l’artigianato e l’operosità manuale. Occhio alla trappola. Piena dignità all’artigianato e al lavoro manuale. Combattiamo insieme per restituire la dignità al lavoro, a tutto il lavoro, ma non cadiamo nella trappola: tutti hanno diritto a raggiungere i massimi livelli di istruzione, tutti hanno diritto ad una legittima affermazione sociale.

C’è bisogno di una cultura che crei una coscienza collettiva capace di ergersi ad argine di ogni piccola deriva antidemocratica. Una coscienza collettiva che rigetti il linguaggio becero ed offensivo utilizzato contro le donne ed i loro errori, che rifiuti e condanni ogni coro razzista, ogni battuta discriminatoria, ogni volgare sinonimo di omosessuale.

Combatteremo davvero il fascismo se sapremo utilizzare un linguaggio nuovo e rispettoso, frutto di una coscienza collettiva capace a sua volta di rafforzare e creare altra cultura diffusa.

Perciò quello che vorrei che NOI antifascisti approfondissimo è quella sottocultura neofascista che impregna l’intera società in cui viviamo, per sradicare il fascismo latente e diffuso.

Impariamo a riconoscerlo, allora, il fascismo strisciante, ogni volta che sentiamo, o peggio diciamo che “non possiamo mica farli entrare tutti gli extra comunitari”, che “non possiamo mica accettare addirittura il matrimonio gay” che “gli zingari rubano, si sa!”, ed ogni volta che “Mussolini? ha fatto anche lui cose buone”. Vi risponderò alla Benigni…si va beh, anche Hitler amava gli animali, anche Hitler avrà costruito qualche strada e qualche scuola…

Indignamoci ad ogni rigurgito, da qualunque luogo e personalità arrivi. Indignamoci senza alcun reverenziale rispetto quando la presidente del parlamento ugandese, sostenitrice della legge antigay che ipotizza la pena di morte, viene ricevuta e benedetta dalle alte istituzioni spirituali del mondo; indignamoci quando nel giorno della pace, la medesima santa istituzione non menziona parola a riguardo ma condanna come ferita alla famiglia il matrimonio gay.

Indignamoci con forza quando Casapound viene accettata alla corsa elettorale dopo gli arresti avvenuti il 24 gennaio per aver ideato lo stupro di una giovane studentessa di origini ebraiche e l’incendio di una gioielleria di un ebreo.

Per riconoscere il fascismo oggi ricordiamoci del ventennio fascista, ricordiamocelo bene, nei dettagli. Se fosse il caso, studiamolo meglio, ma studiamolo nei suoi aspetti quotidiani, nel suo rapporto con le donne, focolare della casa, sempre madri, sempre mogli, mai pienamente donne; ricordiamocelo quando costruiva scuole e colonie; quando creava l’Inail, l’Inps, l’assegno di disoccupazione, gli aiuti alle famiglie numerose, mentre si applicavano leggi illiberali, mentre si uccideva Matteotti, mentre si annullavano le elezioni, mentre si faceva del Parlamento bivacco di sordidi manipoli. Ricordiamoci il peggio, ma anche il meglio del fascismo perché il neo fascismo non mostrerà mai il lato squadrista, illiberale e antidemocratico. Il nuovo fascismo, il post-fascismo, ha solo la faccia pulita, ma gli ideali sono gli stessi ideali nazional-socialisti della prima ora. Se per trovare i postfascisti, cerchiamo manganelli e violenza, non li troveremo. Se usiamo gli schemi mentali di 80 anni fa, non lo troveremo.

E non lasciamoci ingannare, noi per primi non facciamoci distrarre dalle loro facce pulite, dalle raccolte fondi per i terremotati; dalle opere buone; non lasciamoci ingannare dalle conferenze bipartisan perché Non si può organizzare una conferenza su Che Guevara e la settimana dopo invitare Gabriele Adinolfi, fondatore con Roberto Fiore di terza posizione. ripeto. Terza Posizione.

Non lasciamoci ingannare da chi, senza condannare gli anni più bui di questo Paese, voleva saltare gli steccati, rimanendo membro del fronte della gioventù e del comitato centrale dell’MSI. E da chi, tardivamente, chiede un dialogo che non potrà mai avvenire senza l’abiura totale ed incondizionata del fascismo e dei suoi surrogati.

Ci sono steccati che non si possono saltare.

La Costituzione non si può saltare!

 

I. Mascella

Busto A., 9 Febbraio 2013

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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