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Intervento di Angelo Chiesa alla Celebrazione per la Battaglia del San Martino

Intervento di Angelo Chiesa alla Celebrazione per la Battaglia del San Martino

Cassano Valcuvia – 18 Novembre 2012

 

Giaime Pintor, un giovane scrittore che troverà la morte nel novembre 1943 tentando di superare il fronte di guerra per andare a combattere nelle formazioni partigiane, descrisse con  poche efficaci parole la condizione drammatica in cui si  trovarono gli Italiani  nell’ottobre dello stesso anno:

“ I soldati che nel settembre scorso traversavano l’Italia affamati e seminudi, volevano soprattutto tornare a casa, non sentire più parlare di guerra  e di fatiche: erano un Popolo vinto, ma portavano dentro di se il germe di una oscura ripresa; il senso delle offese inflitte e subite, il disgusto per l’ingiustizia in cui erano vissuti.

Ma coloro che per anni li avevano comandati e diretti, i profittatori e i complici del fascismo, gli ufficiali abituati a servire e a farsi servire ma incapaci di assumere una responsabilità, non erano solo dei vinti, erano un popolo di morti”.

Cosa era accaduto l’8 settembre lo sanno tutti: Dopo più di 3 anni di guerra sanguinosa, vi è stato l’armistizio senza condizioni stipulato a Cassibile dall’Italia con i Paesi alleati. Un cambio repentino di fronte senza che si fosse preparati alla inevitabile invasione delle forze armate tedesche, le forze armate italiane lasciate sole senza guida, il Paese intero senza un governo.

Roberto Battaglia scrisse che è stata “L’umiliazione subita nel momento più tragico della nostra storia, dall’Unità dell’Italia in poi”. Bastano alcune cronache per dimostrarlo.

A Roma, il giorno 9 settembre, mentre la Divisione Granatieri era impegnata nella difesa ad oltranza del ponte della Magliana, Bonomi e Ruini, due emissari delle forze antifasciste, si recano al Viminale e vi apprendono la notizia della fuga del re, del Governo e del comando delle forze armate.

Li ha preceduti una missione della Associazione  Combattenti richiedendo la distribuzione di armi per potersi battere a fianco dell’esercito. La richiesta, benché appoggiata dagli emissari del CLN è respinta con un no freddo. Anzi, dice sempre Battaglia, qualcuno aggiunge che non bisogna esasperare gli invasori:

A Milano il generale Ruggero emana un “proclama ai milanesi” ove si dice “Chiunque userà le armi contro chiunque sia, sarà senz’altro passato per le armi  sul posto. Da questo momento sono proibite nel modo più assoluto le riunioni anche in locali chiusi, salvo quelle del culto nelle chiese. All’aperto non potranno aver luogo riunioni di più di tre persone. Contro gruppi di numero superiore sarà, senza intimazione, aperto il fuoco dalla forza pubblica”

A fronte di tali fatti e notizie, si verifica di tutto e di più, in uno scenario che chi lo ha vissuto, ricorda bene lo stato di sfacelo e, soprattutto di vergogna e di sfiducia che esprimeva.

Per stare in casa nostra, il rapporto del colonnello Andrea Malgeri della Guardia di Finanza “ dice che la brigata di Fornasette, la notte sul 12, dopo aver distrutto il carteggio di ufficio, per ordine del domandante della compagnia e distribuito il materiale di casermaggio e le armi ai militari dell’esercito che affluiscono in quella località, si sbanda. Analoga sorte tocca, la stessa notte, al comando e ai reparti di Luino, alla brigata di Ca bella, al comando della tenenza, alla brigata e alla squadriglia di Porto Ceresio che espatriarono coi motoscafi m 13 e m 14 e la motolancia ML 65 e la lancia a remi n. 9 approdando a Moscate.

Alle 19,30 del 12 settembre, proveniente dal Centro di istruzione di Somma Lombardo, transita dal valico della Cantinetta sopra Ligornetto al comando del tenente colonnello Pietro Piscitelli di Vito di Collesano il reggimento “Savoia cavalleria” diretto in Svizzera. Non manca nessuno: 15 ufficiali, 642 sottufficiali e soldati, 316 cavalli, 9 muli.”

Questi sono solo alcune delle migliaia di fatti e di vicende che dimostrano lo stato di completo sfacelo dello Stato avvenuto dopo l’8 settembre.

Ma non è stato sempre  così. Non è stato così a Cefalonia dove migliaia di soldati e ufficiali decisero democraticamente di non arrendersi ai tedeschi e di combattere fino alla morte. Non è stato così per molti reparti militari in Jugoslavia che aderirono alle formazioni partigiane, non è stato così per i 600 mila militari italiani all’estero che preferirono i campi di internamento nazisti  alla adesione alla repubblica sociale.

Anche a Porto Valtravaglia non è stato così. Il tenente colonnello Carlo Croce ha fatto una scelta diversa, difficile, pericolosa, ma era  il segno che ” il germe di una oscura ripresa” come disse Pintor, stava germogliando. Non ha aderito alla cosiddetta repubblica sociale, non è passato nemmeno dal valico del Rigornetto.  Con pochissimi uomini  salì a Vallalta, sul monte di casa nostra, scelse un’altra strada quella della dignità e della fermezza che è ben descritta dal motto “Non sia posto fango sul nostro volto”. Salendo sul San Martino, in un periodo di grande sconforto e di disperazione che coinvolgeva la gran parte degli italiani, egli dimostrò fiducia nel futuro, un futuro  da costruire che in quel momento richiedeva sacrifici notevoli con  l’assunzione di proprie autonome responsabilità, quelle responsabilità che, come disse Pintor, la gran parte dell’esercito non seppe assumersi.

Quando da militare quale era definì la formazione “Gruppo  5 giornate” come parte dell’esercito Italiano volle ridare onore a questa struttura dello Stato che nel passato regime fascista aveva, come disse  Pintor, “inflitto offese” ad altri Popoli, ad altre genti (dall’Etiopia all’Albania, alla Francia, alla Jugoslavia, alla Russia) quasi prefigurando la funzione assegnata  dall’art. 52 della nostra Costituzione alle forze armate. Non è fuori luogo affermare oggi, dopo aver conosciuto tutta la vicenda del San Martino, che, in quel periodo per Carlo Croce la Patria era attaccata da un esercito straniero,

 l’esercito nazista e che, come appunto recita l’art. 52 della Costituzione, aveva il dovere di difenderla anche prima che  il governo monarchico  di Badoglio dichiarasse formalmente guerra alla Germania nazista.

Egli riteneva anche necessario mutare il rapporto tra le forze armate e i cittadini. L’esercito era stato voluto, disegnato come un reparto separato  dello Stato, posto a difesa dei privilegi, al servizio dei governanti, disposto ad eseguire tutti gli ordini che venivano impartiti. Nel momento in cui Croce fa appello e accoglie nella formazione centinaia di giovani, di cittadini, non solo di militari del suo reggimento,  già prefigura un nuovo tipo di esercito, vicino al popolo, così come nuovo è stato il grande movimento resistenziale.

Se  oggi, a distanza di 69 anni,  vi è alcuno che vuole conoscere e dare risposte ai tanti  perché di queste scelte coraggiose di vita e di lotta di Carlo Croce e di tutti i suoi uomini, ha un altro luogo dove recarsi, ove consultare documenti, studiare,  riflettere: E’ il centro aperto oggi grazie all’impegno encomiabile della Amministrazione Comunale di Cassano Valcuvia, della Comunità montana, della provincia di Varese, dell’amico Carlo Giani e, in piccola parte, anche dell’ANPI.

Per noi partigiani e per il Comitato provinciale per le onoranze ai caduti del San Martino si è fatto un grande passo avanti mettendo a disposizione dei cittadini questo nuovo luogo di studio e di conoscenza della nostra storia, della storia di casa nostra. Conoscenza necessaria non solo per ricordare meglio, per vivere meglio ma anche per evitare sempre possibili ritorni indietro.

Viviamo oggi in un periodo di grave crisi, che non è solo economica, nel corso della quale già si manifesta il fenomeno della disaffezione, della apatia, della indifferenza di masse di cittadini a fronte dei problemi della collettività, indifferenza che si esprime nel 57 per cento di aventi diritto che non partecipano al voto, come è avvenuto in Sicilia. Insieme a questo fenomeno riappaiono tentazioni eversive che da qualche parte si esprimono nella formazione di  nuovi partiti di chiaro orientamento nazista.

E’ di ieri la notizia  dell’arresto per ordine dalla Procura di Roma di 4 esponenti italiani della formazione nazista Stormfront, radicata in tutto il mondo e di 12 indagati con l’accusa di istigazione all’odio razziale, contro ebrei e rom.

La storia ci insegna che quando alle situazioni di gravi crisi i Governi e i sistemi che li reggono non sanno dare risposte giuste e adeguate per la soluzione dei problemi dei cittadini, così come è avvenuto nel 1922 in Italia e nel 1933 in Germania, possono sorgere forti tentazioni eversive, ammantate  da un certo populismo che inganna masse di popolazione.

E’ altresì noto a tutti che in alcuni Paesi di questa nostra Europa come la Grecia, l’Ungheria, nel corso delle ultime elezioni, nonostante le soglie di sbarramento, sono stati eletti nei parlamenti dei rappresentanti di partiti che si richiamano direttamente al nazismo.

Anche in casa nostra vi è chi ha voluto recentemente festeggiare pubblicamente il 28 ottobre e la sua marcia su Roma, contravvenendo alla 12^ disposizione transitoria della Costituzione che, in modo chiaro recita “E’ vietata la ricostituzione sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista”. Alla amarezza  di noi partigiani per  l’esistenza di movimenti che si richiamano a tanto nefasto  passato e per la indifferenza di tanta opinione pubblica  si unisce l’impegno a continuare  nella difesa dei valori nei quali hanno creduto Carlo Croce e i suoi uomini valori che sono stati  alla base della lotta di Resistenza, riaffermati solennemente nella nostra Costituzione.

A questo nostro impegno uniamo l’appello, che rivolgiamo anche oggi da questa tribuna , alle forze politiche, alle Organizzazioni e Associazioni  di  ogni tipo, alle stesse Istituzioni democratiche, alle forze  poste a difesa dell’ordine costituzionale, alla magistratura,  affinché non venga meno la vigilanza e si rafforzi sempre l’intesa non solo nel ricordare le lotte che nel passato hanno permesso la conquista della democrazia ma anche perché non più si ripeta alcun tentativo di ritorno indietro.

Questo lo si deve fare insieme ad un’altra difesa, quella dell’Europa, non solo della Europa dell’euro ma di quella che è stata prefigurata dagli antifascisti rinchiusi al confino di Ventotene, che si materializzò  nella Resistenza di tutti i Popoli del continente contro il nazismo e, ancora una volta, si realizzò sul San Martino ove insieme agli italiani combatterono uomini di altri Popoli, animati da quella  comune volontà di Pace che deve superare ogni frontiera.

Solo così facendo daremo  concretezza e avremo compiutamente ricordato il sacrificio di Carlo Croce e dei suoi uomini compiuto per la nostra libertà.

Angelo Chiesa

Presidente Anpi Provinciale Varese

foto:

Celebrazione 69° Anniversario Battaglia del San Martino (61 foto)

 

 

 

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