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Commemorazione Mauro Venegoni – 28 Ottobre 2012 – Cassano Magnago

Come tutti gli anni, il 28 Ottobre 2012 si è celebrato il sacrificio di Mauro Venegoni, Martire Antifascista vittima della più brutale ferocia di un gruppo di scherani agli ordini di un efferato regime.

Alla introduzione del Presidente dell’Anpi Legnano Luigi Botta, ha fatto seguito l’intervento del Sindaco di Busto A., Gigi Farioli, visibilmente contestato da un settore dei partecipanti alla manifestazione, in ragione del fatto che nel consiglio comunale sono presenti elementi dichiaratamente fascisti: successivamente, e dopo l’apprezzatissimo intervento del giovane Sindaco dei ragazzi del Comune di Cassano Magnago, ha preso la parola il Prof. Enzo R. Laforgia, in rappresentanza dell’Anpi Provinciale Varese, che ha pronunciato il discorso qui di seguito riportato:

ENZO R. LAFORGIA

68° ANNIVERSARIO DELL’UCCISIONE DI MAURO VENEGONI.

Cassano Magnago, 28 ottobre 2012.

“Il corpo senza vita di Mauro Venegoni fu abbandonato in questo luogo il 31 ottobre del 1944. Quasi settant’anni fa. Fu ritrovato qui, «in una pozza di sangue», come scrisse la stampa fascista dell’epoca. Ma la stampa di allora certamente non poteva scrivere che quel corpo era stato straziato dalla polizia fascista prima di essere abbandonato in mezzo ai campi.

Il corpo di Mauro Venegoni portava impresse, nella sua stessa carne, le stimmate di tutta la storia della prima metà del Novecento. Una storia apparentemente molto lontana da noi e rispetto alla quale, in occasioni come queste, cerchiamo di ritrovare degli elementi di continuità con il nostro grigio presente.

Il corpo di Mauro, come quello dei fratelli Carlo, Pierino e Guido, veniva dal mondo della fabbrica. Tutti vi era entrati giovanissimi (oggi forse diremmo “bambini”), all’età di dodici anni o poco più. In un tempo in cui il lavoro di fabbrica segnava i corpi. «Come si distingueva – si è chiesto lo storico Roberto Romano, studiando le realtà produttive di questo territorio – come si distingueva a prima vista l’operaia addetta alla ritorcitura di cotone? Dalle unghie strappate dal becco tagliente dell’arresto. E un operaio cardatore? Dalle cicatrici sulle mani provocate dal cilindro dentato della carda. E un piallatore dell’industria del legno? Dalla mancanza di tutte le prime falangi della mano destra.»

Carlo Azimonti, che in seguito avrebbe guidato la Camera del Lavoro di Busto Arsizio, ricordò che quando aveva iniziato a lavorare in fabbrica nei primi anni del Novecento, anch’egli operaio a dodici anni, «l’orario normale era di dodici ore, con l’aggiunta di cinque ore supplementari. Si entrava alle 6 del mattino e si usciva alle 23, coll’interruzione di tre mezz’ore per i pasti».

Fu la fabbrica la vera scuola politica dei fratelli Venegoni. La scoperta di una comune condizione di sfruttamento fece maturare un nuovo senso di appartenenza. Questa nuova dimensione sociale svelò che i bisogni del singolo corrispondevano a interessi comuni. Fu nella fabbrica che prese forma la consapevolezza che la debolezza individuale poteva trasformarsi in forza collettiva.

Ed è così che Carlo e Mauro, all’età rispettivamente di quindici e quattordici anni, approdarono al socialismo. Era il 1° maggio dell’«anno terribile» 1917 – il peggiore della Grande guerra – quando a Legnano ebbero modo di ascoltare le parole di un oratore socialista, che parlava di pace e di giustizia sociale. Da qui la scelta di fondare un circolo giovanile dichiaratamente socialista.

Questa prima, giovanile adesione, portò naturalmente i fratelli Venegoni a partecipare attivamente agli avvenimenti che caratterizzarono gli anni del primo dopoguerra. Ancora una volta fu la fabbrica il luogo in cui si espressero le tensioni ideali e fu nelle fabbriche che si manifestò più duramente il conflitto sociale: con gli scioperi e le occupazioni (Carlo perse il lavoro per aver guidato l’occupazione delle fabbriche del Legnanese nel 1920).

Di lì a poco le istanze di natura economica e sindacale si tradussero in azione politica, con l’adesione dei due fratelli maggiori, Carlo e Mauro, alla nuova organizzazione comunista. E inevitabilmente la loro militanza (che avrebbe portato i due fratelli ad entrare in contatto con i massimi vertici nazionali e internazionali del Partito comunista) dovette fare i conti con l’avanzata del movimento fascista e con l’ondata di violenza che i fascisti scatenarono negli anni Venti. Il corpo di Mauro dovette ripetutamente sopportare le aggressioni squadriste fino a quando il fascismo, trasformatosi in dittatura, non ipotizzò la esclusione di quel corpo dalla vita civile: sul finire del 1926 un rapporto dei Carabinieri di Legnano suggeriva il confino di quello che veniva definito «uno dei più ferventi comunisti di Legnano», «individuo veramente pericoloso all’ordine nazionale». All’inizio del 1927, Mauro subì l’arresto: scontò quasi un anno e mezzo di carcere. Poi espatriò in Francia e anche qui le condizioni di lavoro in fabbrica lo spinsero all’azione sindacale.

Fu nuovamente in Italia nel 1932, ma subito fu arrestato in Sicilia, dove era stato inviato per organizzare l’attività del Partito comunista. Lo Stato fascista questa volta rispose con maggiore severità, condannandolo a cinque anni di carcere. Ma la privazione della libertà fisica non poté impedire a Mauro, come a suo fratello Carlo, di proseguire il proprio itinerario politico e la propria formazione culturale in quella che definirono l’«Università del carcere». Al suo corpo furono imposte privazioni sempre maggiori: l’internamento nel campo di Vasto, in Abruzzo, e successivamente il confino alle isole Tremiti, dove rimarrà sino al 1943. Ma anche in queste condizioni estreme di isolamento, mentre maturava la distanza dalle posizioni rigidamente staliniste del suo partito, non smetterà mai di pensare a se stesso come parte di un organismo collettivo, fortemente caratterizzato dalle condizioni di classe.

Dopo la caduta del fascismo, il 25 luglio del 1943, i fratelli Venegoni si ricongiunsero e ripresero l’iniziativa sindacale e politica nell’Alto Milanese, dove la diffusa realtà industriale era stata attraversata dall’ondata di scioperi, a partire dal marzo precedente: la prima vistosa, pubblica e massiccia manifestazione di disobbedienza, anticipatrice dell’imminente fine del fascismo. In questo fase, mentre l’Italia si accingeva a vivere una delle pagine più drammatiche della sua storia, l’attività politica e sindacale dei Venegoni assunse le venature della lotta di liberazione contro il nazifascismo. La guerra stessa veniva rivestita di una valenza sociale, che necessitava di un intenso lavoro politico nelle fabbriche: il proletariato – si legge nel primo numero del foglio clandestino «Il Lavoratore», il 1° novembre del 1943 – era adesso rivestito del ruolo di «animatore della guerra di liberazione».

All’organizzazione della resistenza armata si dedicò totalmente Mauro, con la costituzione di una prima squadra legnanese, composta da giovani operai. L’azione militare fu costantemente collegata con la lotta nelle fabbriche, che continuarono ad essere interessate da cicli continui di scioperi.

Nell’ottobre del 1944 il corpo di Mauro Venegoni cessò di vivere. Aveva 41 anni. Quasi tutti spesi nella militanza politica, inseguendo un suo sogno di  libertà, di pace e di giustizia sociale. La lingua ufficiale della retorica pubblica in questi casi parla di «indomabile fede», di «luminoso esempio», di «sublime sacrificio», «ardente amor di Patria», come recita la motivazione della medaglia d’oro al valore militare assegnatagli alla memoria. Ma la retorica spesso irrigidisce la storia in un linguaggio che difficilmente oltrepassa le barriere del tempo. Occasioni come quella odierna, al contrario, dovrebbero indurci a rimetterci in ascolto con questi luoghi, con queste pietre, con gli eventi che qui si sono compiuti. La generosa utopia di Mauro Venegoni non è stata inutile, se la rileggiamo a posteriori, se vediamo, cioè, nei processi storici successivi il naturale svolgimento di quella esistenza tragica e nobile.

Nel 1994, quando in Italia si tornò a discutere di una riforma della nostra Costituzione, Giuseppe Dossetti, uno dei padri della nostra carta costituzionale, intervenne pubblicamente nel dibattito politico proponendo una lettura originale della matrice culturale e dello spirito animatore della legge fondamentale dello Stato. Secondo Dossetti la elaborazione della nostra Costituzione era stata fortemente condizionata dall’evento globale che aveva cambiato la storia del Novecento: i sei anni di guerra mondiale. Tutti i nostri costituenti erano stati in qualche modo condizionati da quella che Dossetti definì la «coscienza esperienziale» del fascismo e della guerra.

Io non so se il confine politico definito dalla nostra Costituzione si possa coniugare con l’orizzonte ideale inseguito sino all’ultimo da Mauro Venegoni. Ma se l’orizzonte estremo dell’utopia ha la funzione di farci camminare, di farci procedere e avanzare, allora è indubbio che vite esemplari come quella che qui oggi abbiamo ricordato ci hanno consentito di spingere il nostro sguardo molto lontano e di compiere un bel pezzo di strada.”l fascismo e della guerra. E di quella esperienza, per noi oggi talvolta remotissima, delle battaglie di cui i Venegoni furono protagonisti, troviamo tracce evidenti in tutta la prima parte della nostra Costituzione: quando si sottolinea come il lavoro sia lo strumento attraverso cui realizzare se stessi nella democrazia; quando si afferma l’eguaglianza come valore formale e come condizione necessaria per la convivenza civile; dove si dichiara, con una scelta linguistica volutamente forte, che «L’Italia ripudia la guerra»; dove si riconoscono e si promuovono le «autonomie locali»; dove si ribadisce la tutela delle «minoranze linguistiche» e si riconosce la libertà di professare liberamente tutte le «confessioni religiose»; dove si dichiara che l’ordinamento giuridico italiano si conforma «alle norme di diritto internazionale generalmente riconosciute».

Io non so se il confine politico definito dalla nostra Costituzione si possa coniugare con l’orizzonte ideale inseguito sino all’ultimo da Mauro Venegoni. Ma se l’orizzonte estremo dell’utopia ha la funzione di farci camminare, di farci procedere e avanzare, allora è indubbio che vite esemplari come quella che qui oggi abbiamo ricordato ci hanno consentito di spingere il nostro sguardo molto lontano e di compiere un bel pezzo di strada.”

p.s.: per le foto dell’evento, http://www.flickr.com/photos/anpigallarate/sets/72157631879303969/

Nota:

Scorrendo questa mattina (lunedì 29 Ottobre) gli scarni resoconti sulla manifestazione per Mauro Venegoni riportati dai quotidiani locali, a meno di non aver preso un abbaglio, si nota come il nome del Relatore dell’orazione ufficiale (Prof. Enzo Laforgia) non vi compaia in nessun caso. Ampia evidenza invece al Sindaco di Busto A., più volte contestato prima, durante e dopo il suo intervento, da settori dei convenuti che ne hanno stigmatizzato – a loro dire – l’ipocrisia, dal momento che nella sua giunta sembra esserci qualche noto discusso personaggio che con le storie della Resistenza nulla ha a condividere, se non la responsabilità di essere erede di coloro che la Libertà, per la quale Mauro Venegoni si immolò, la repressero, la combatterono, la osteggiarono con ogni mezzo. Strana questa Stampa distratta che non sa cogliere il valore profondo, invece, non di un abile imbonitore/affabulatore carico di veemenza degna di miglior causa, ma di un cittadino che con garbo ma con altrettanta determinazione ha inteso svolgere – sotto una pioggia battente – un ricordo del Martire al di là delle polemiche e delle guerre guerreggiate di chicchessia. Ma tant’è: sempre di più prevale la menzogna o l’oblìo, a seconda delle circostanze date, ed a seconda degli interessi personali che nelle vicende in essere possono coinvolgere determinati personaggi che, pur sfidando il senso del ridicolo, non riescono ad esimersi per scrivere o dire, non so quanto senza rendersene conto, gigantesche, autentiche CAZZATE. Vedi anche, ad esempio, la vicenda della cena fascista di Cittiglio, il cui presidio antifascista, svoltosi in concomitanza con la celebrazione del Venegoni, viene da taluni indicato come esagerato, inopportuno, e, dulcis in fundo, quasi propagandistico. Si sta smarrendo il senso della Storia, e la mia personale convinzione mi induce a pensare che alla base di tutto vi è una profonda, spaventosa ignoranza dei fatti e delle contingenze che sfociarono, 88 anni orsono, nell’occupazione dello Stato (di tutto lo Stato) da parte del Fascismo, i cui odierni epigoni vengono troppo spesso scambiati per allegri goliardi in cerca di emozioni. In quanto poi alle minacce ricevute dal ristoratore (o dall’organizzatore della cena, non si capisce bene), spezzo qui una lancia a loro favore: che denuncino gli autori dell’intimidazione agli organi competenti, senza però farne occasione, questa sì, di volgare propaganda. Perchè se si tira il sasso, è vile nascondere la mano. E’ già accaduto in passato che pennivendoli da strapazzo abbiano sortito il topolino: e questa vicenda ha sapore di insulsa rivalsa ed in verità, lascia il tempo che trova…

M. Mascella

 

 

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