recensioni

La variante di Luneburg

Titolo      La variante di Lüneburg
Autore    Maurensig Paolo
Prezzo    € 8,00
Dati          2003, 158 p., brossura, 6 ed.
Editore   Adelphi  (collana Gli Adelphi)


In sintesi
Un colpo di pistola chiude la vita di un ricco imprenditore tedesco. È un incidente? Un suicidio? Un omicidio? L’esecuzione di una sentenza? E per quale colpa? La risposta vera è un’altra: è una mossa di scacchi. Dietro quel gesto si spalanca un inferno che ha la forma di una scacchiera. Risalendo indietro, mossa per mossa, troveremo due maestri del gioco, opposti in tutto e animati da un odio inesauribile che attraversano gli anni e i cataclismi politici pensando soprattutto ad affilare le proprie armi per sopraffarsi. Che uno dei due sia l’ebreo e l’altro sia stato un ufficiale nazista è solo uno dei vari corollari del teorema.
Lo scacco
Ovvero qualche riflessione a La variante di Luneburg di Paolo Maurensig (Adelphi, 1993)
Un incipit leggero e che si perde nella notte dei tempi: è così che comincia La variante di Luneburg, con la leggenda orientale sulla nascita degli scacchi che accosta il tema del gioco a quello della ferrea legge della proporzione matematica, rigorosa e inflessibile nella crescita esponenziale del numero, di casella in casella.
E la rigida legge, violenta e inarrestabile nel suo procedere una volta innescata, ritorna in chiusura di romanzo, quando la posta in gioco non sono più i chicchi di riso o grano, ma gli uomini, le vite umane dei prigionieri.
La scacchiera diviene allora una Schindler’s List, che, come nel film di Spielberg, consente di salvare l’esistenza di molti uomini: forse non abbastanza -pensa piangendo al termine del film Oskar Schindler- forse avrebbero potuto essere di più. Ma la frase del testo sacro ebraico chi salva una vita salva il mondo intero che gli ebrei di Schindler gli incidono sull’anello che gli donano prima di accomiatarsi da lui, riscatta e nobilita l’opera del benefattore.
Anche Tabori, ne La variante di Luneburg, ha salvato almeno due vite umane e forse altre, senza esserne certo. Lo ha fatto giocando a scacchi il torneo più difficile della sua vita, nel campo di concentramento di Bergen Belsen, contro un ufficiale nazista esperto di questo gioco. Lo ha fatto utilizzando le mosse più ardite, che gli consentissero di battere il suo avversario, inventandone addirittura alcune mai usate prima, come la variante che dà il titolo al libro.
Una mossa estrema, che consiste nel sacrificare un pezzo importante, ad esempio un cavallo, per aprire la partita a nuovi scenari e combinazioni.  E se quella mossa, metafora della vita come tutto il gioco degli scacchi, fosse quella che Tabori, oltre ad aver giocato sulla scacchiera, avesse poi giocato sacrificando se stesso e muovendo al suo posto un pedone, il giovane Hans?
Il cavallo sacrificato, quello che come nella guerra di Troia ha aperto il varco, è Tabori stesso, che, giunto alla vecchiaia e prossimo alla morte, si ritira dal combattimento e lascia che sia il suo pedone addestrato a scovare il vecchio rivale, l’ufficiale nazista ora in incognito, e a batterlo cogliendolo di sorpresa con la geniale variante.
Il suicidio del viennese Frisch, con la cui circostanza si apre il romanzo, è il risultato sorprendente di quella variante, è la contromossa che segna il trionfo di Tabori-Hans e la sconfitta dell’ufficiale-Frisch. La variante di Luneburg è sostanzialmente diviso in due parti: la prima, enigmatica ma controllata, misteriosa ma più leggera, in cui vengono presentati Frisch, le sue abitudini, le sue trasferte da Vienna a Monaco e ritorno, il colloquio in treno con il misterioso giovane che occupa casualmente il suo scompartimento e che narra la sua storia di allievo del maestro Tabori.
La seconda è la storia di Tabori stesso, da lui narrata in fin di vita ad Hans, nella quale ripercorriamo la triste vicenda del popolo ebraico che tante volte (nei film Il pianista, in Schindler’s List stesso) è stato costretto a dimenticare i suoi talenti, le sue eccellenze, i suoi artisti. L’ultimo torneo di scacchi a cui Tabori può partecipare è del 1938: leggi razziali, epurazioni, il delinearsi della soluzione finale sono ormai una realtà tangibile. L’inferno, la Geenna, si staglia agli occhi di Tabori che viene costretto a interrompere il suo gioco e a farsi riportare a casa in taxi, in mezzo alla città in subbuglio, mentre si accatastano cose, si sgomberano case, si ripuliscono interi quartieri.
Qualcosa mi ha ricordato anche il film Angel Heart-Ascensore per l’Inferno: lo spalancarsi della voragine, quando Tabori e la famiglia vengono rastrellati, messi sul convoglio, internati, selezionati. Le solite- è tremendo dirlo- immagini tante volte viste nei film che trattano di questo argomento scorrono davanti agli occhi del lettore: i prigionieri costretti a danzare e correre, a scavare fosse o cunicoli,  nel fango, stremati, uccisi, abbandonati, accatastati, seppelliti, sezionati, spogliati, cremati.
In questo inferno, la partita agli scacchi che a Tabori viene proposta ha il sapore di una beffa, è la risata del diavolo che ha riconosciuto in lui il grande campione incontrato precedentemente in qualche torneo e mai battuto.
E’ qui che cominciano per l’ebreo le partite più importanti, quelle con la posta in gioco massima, quelle che richiedono le strategie più sofisticate e le varianti più ingegnose. Tabori si salverà dal campo di Bergen Belsen. Con lui almeno due prigionieri, tra cui il sarto del campo,  che gli ha realizzato per ricompensa  una scacchiera di pezze bianche e nere, con bottoni al posto delle pedine: un oggetto che ricorda quanto lo scacco sia possibile per ogni uomo, quando umanità e dignità si sono perse irrimediabilmente, e come la vita sia davvero un dono incommensurabile.

Rita Gaviraghi