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Giornata della Memoria 2012 – Gallarate – Orazione Ufficiale

GIORNATA DELLA MEMORIA 2012
DOMENICA 29 GENNAIO
ORAZIONE UFFICIALE

Ho accettato con piacere di dare un mio contributo, come ANPI, a questo momento celebrativo della Giornata della Memoria. So che in manifestazioni di questo tipo si corre il rischio di ripetere cose già dette, di partecipare a una sorta di rito che tanti considerano consumato dal tempo. Il rito di un evento restituito a dignità mediatica per il breve arco di una settimana e lasciato poi immediatamente cadere nell’indifferenza della quotidianità e nel fastidio dell’assuefazione.

Il 27 gennaio 1945 non è una data storica qualunque, che si impara a memoria, si contestualizza, si analizza nelle sue cause e nei suoi effetti. Non è solo il giorno dell’abbattimento dei cancelli di Aushwitz: è molto di più, è il giorno che si fa simbolo del limite estremo a cui può giungere la natura umana, nella sua efferatezza ma anche nella sua folle razionalità.
E’ il giorno in cui il ricordo si fa memoria collettiva e ci consegna il dovere morale di riflettere, di capire, capire per non dimenticare mai quello che è stato, perché non dobbiamo permettere che accada di nuovo.

Quando si parla di olocausto si fa riferimento a tutti coloro che a vario titolo furono vittime dell’orrore nazista: innanzi tutto i sei milioni di ebrei, colpevoli solo di appartenere a una razza diversa, sottoposti a tutte le tappe del degrado e dell’annientamento fisico e morale, prima di essere inghiottiti dai macabri ingranaggi della soluzione finale; ma anche i disabili e gli omosessuali, perché rischiavano di compromettere la purezza della razza ariana; gli zingari, per le loro scelte di vita che destabilizzavano l’ordine dominante; gli oppositori politici tutti, e tra loro sopratutto i comunisti, perché un sistema totalitario così profondamente penetrato nel tessuto sociale non poteva tollerare alcuna forma di dissenso.
Molti dei sopravvissuti hanno avuto la forza di tentare di capire la natura dell’orrore, si sono interrogati sulle ragioni per cui era penetrato così in profondità.

Hannah Arendt ha parlato della banalità del male, della malvagità che non è una caratteristica genetica di certi uomini nati cattivi, ma che più spesso è il frutto del caso, della mediocrità, della noncuranza, della esecuzione passiva di ordini ricevuti da gruppi dirigenti di scarso spessore morale e culturale. “E questo fa ancora più paura” scrisse; ma proprio questo è il punto, lo spessore morale e culturale della società di cui tutti noi siamo parte.

Tutte le cerimonie, tutte le riflessioni che stiamo facendo, anche questa di oggi, sarebbero inutili se rimanessero sterili, se non diventassero piccole tappe per la costruzione di una coscienza civile capace di arginare i germi dell’intolleranza, del razzismo, dell’odio etnico: se non concorressero a consolidare i nostri valori di fondo, senza i quali è sempre più difficile da capire la realtà che viviamo, così fragmentata, contraddittoria, ostile: per poterla meglio affrontare, e, perché no, cambiare.

Cade proprio quest’anno il 25° anniversario della disperata morte di Primo Levi. Consentitemi una citazione:

“Se comprendere è impossibile”, scrisse, “conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare e le coscienze possono nuovamente essere sedotte e oscurate, anche le nostre. A molti, individui e popoli, più o meno consapevolmente, può accadere di ritenere che ogni straniero è nemico. Per lo più questa convinzione giace in fondo agli animi come una infezione latente, si manifesta in atti saltuari e non sta alle origini di un sistema di pensiero. Ma quando questo avviene, quando il dogma inespresso diventa premessa maggiore di un sillogismo, allora, al termine della catena sta il lager. Esso è il prodotto di una concezione del mondo portata alle sue estreme conseguenze, con rigorosa coerenza: finché la concezione sussiste, le conseguenze ci minacciano. Tutti coloro che dimenticano il loro passato sono condannati a riviverlo”.

Da allora sono passati quasi settant’anni, stiamo attraversando una crisi economica della stessa portata di quella che favorì la conquista del potere del nazismo. In Storia non sono concessi semplicistici parallelismi, ma è un dato certo e inquietante che la colpevolizzazione delle diversità è ritornata ad essere strumento di propaganda e di lotta politica.
E c’è, anche dalle nostre parti, chi ne fa sostanza di teorizzazione e pratica politica e amministrativa, alimentando una populistica guerra di poveri, come c’è chi lo tollera per convenienza e opportunismo.
Gli omosessuali, le coppie di fatto, gli zingari, i clandestini, quelli che ci vengono a rubare il lavoro, quelli che hanno cultura e religione diversa, tutti sono identificati come causa dei nostri mali.
E’ una realtà che ci impone attenzione e vigilanza: parti intere del mondo sono squassate da conflitti etnici che non fanno notizia, perché fa notizia solo ciò che ci tocca da vicino, e non sempre; in Europa, cresce l’adesione a movimenti dichiaratamente nazisti e xenofobi, che si alimentano delle più folli teorie negazioniste e revisioniste; c’è addirittura uno Stato, che vorrebbe entrare nell’euro, che a distanza di quasi un secolo nega l’evidenza dello sterminio di massa di una propria minoranza etnica, quella armena.

Poi c’è l’Italia, dove episodi terribili come l’uccisione a Firenze di due ambulanti senegalesi o come il tentato pogrom al campo nomadi di Torino ci obbligano a prendere atto della preoccupante diffusione, nel nostro paese, del virus razzista: del razzismo e dell’intolleranza, come la miscela di fanatismo religioso e violenza fascista che ha accolto in questi giorni una pièce teatrale a Milano.
Ci obbligano a prendere coscienza che negli ultimi anni qualcosa ci è accaduto, come sottopelle, come un fiume sotterraneo che sta riempendo un poco alla volta gli spazi sociali della convivenza, i modi di pensare, i linguaggi, i comportamenti, le stesse pratiche politiche e istituzionali.

Abbiamo il dovere morale di partire di qui, da questo vuoto, nel mezzo di questa crisi che imbarbarisce e spaventa, che ancora una volta umilia e fa sentire impotenti i deboli e nel contempo fa sentire ancor più immuni e arroganti i potenti. Lo dobbiamo ai milioni che hanno lasciato la vita nei campi di sterminio disseminati per mezza Europa, lo dobbiamo ai concittadini gallaratesi deportati e deceduti nei lager, a Vittorio Arconti, Giuseppe Rossi, Clara Pirani Cardosi, Lotte Froehlich Mazzucchelli, Egidio Checchi.
Il dovere morale di riempire il vuoto di valori positivi ed essere presenti quotidianamente, con la coerenza del nostro agire, in tutti gli episodi, anche i più piccoli, che portano in sé il germe della diversità, dell’esclusione, dell’emarginazione, del razzismo.

Chiudo con un aforisma di Albert Einstein, semplice e sintetico come una legge fisica: “E’ più facile scindere l’atomo che spaccare un pregiudizio”.

Gallarate, 29 Gennaio 2012

Ennio Melandri

L’Orazione Ufficiale del Prof. Ennio Melandri è stata preceduta da un intervento dell’Ass.re Angelo Bruno Protasoni a nome del Comune di Gallarate, rappresentato inoltre dal Gonfalone scortato da una pattuglia di Agenti della Polizia Locale.

Nel suo intervento l’Ass.re si è particolarmente soffermato sulla figura di Clara Pirani Cardosi, narrandone la sfortunata e tragica vicenda, conclusasi con la sua deportazione per lo zelo di funzionari italiani che ne decretarono così la morte in un campo di sterminio nazista.

Ed ha proseguito evidenziando come vi sia la necessità di rinnovare la Memoria di ciò che è stato, raccontando i fatti alle nuove generazioni e consegnando loro il dovere del Ricordo.