comunicati nazionali

Riflessioni di Carlo Smuraglia su Cosentino

Il no della Camera all’arresto di Cosentino è un episodio grave che richiama l’attenzione  sull’attuale modo di fare politica da parte di certi partiti e di certi parlamentari Ancora una volta, una maggioranza parlamentare composita – ma facilmente qualificabile – respinge una richiesta della Magistratura nei confronti di un parlamentare.
Un episodio grave e importante di per sé, ma che richiama soprattutto l’attenzione sull’attuale modo di fare politica da parte di certi partiti e di certi parlamentari.
In nome della tutela del Parlamento, si finisce per trasformare quella che doveva essere una prerogativa di garanzia, in un privilegio. Si respingono, assai spesso, richieste di arresto di parlamentari, con motivazioni che non hanno nulla a che fare con le origini e i fondamenti dell’istituto previsto dalla Costituzione.
Il Parlamento non è giudice d’appello sulle decisioni della Magistratura, né ha la possibilità di
entrare nel merito, se vige ancora il principio di divisione dei poteri.
La ricerca dovrebbe essere solo quella relativa ad un possibile “fumus persecutionis”; una volta escluso (o non provato) il fondato sospetto che il parlamentare sia oggetto di persecuzione, la questione è chiusa perché solo la Magistratura è legittimata a valutare l’opportunità e la possibilità di privare una persona (sia pure parlamentare) della libertà.
E’ invece evidente che questo tipo di decisioni del Parlamento viene assunto per ragioni squisitamente politiche, sulla base di convenienze di parte e degli orientamenti della presunta maggioranza. Logiche che non appartengono al sistema costituzionale e che occorre cancellare e respingere una volta per tutte; anche per evitare che il discredito si riversi su quelle forze politiche che invece si esprimono correttamente.
Lo stesso fenomeno accade per i giudizi del Parlamento sulle opinioni e sugli scritti dei parlamentari, espressi fuori dal Parlamento. Nel 90% dei casi, la maggioranza del Parlamento giudica “insindacabili” dalla Magistratura queste opinioni, in nome della libertà di opinione, del diritto dei parlamentari di far conoscere il proprio pensiero, e così via. Ed ogni volta (spessissimo) che viene sollevato il conflitto di poteri e la questione finisce alla Corte Costituzionale, quell’ultima annulla la delibera parlamentare, per mancanza di un rapporto di connessione tra le opinioni espresse e l’attività parlamentare, così ribadendo che – come dice l’art. 68 della Costituzione – anche in questo caso si tratta di una prerogativa ancorata allo stretto rapporto con la funzione parlamentare, e non di un privilegio. Altrimenti, dice la Corte, si violerebbe anche il principio di uguaglianza rispetto a ciò che accade ad un qualsiasi cittadino che esprima opinioni offensive e costituenti reato. Ma il Parlamento, imperterrito, continua – ripeto, nel 90% dei casi – a distribuire “insindacabilità” a piene mani; che vuol dire, oltre tutto, inibire al cittadino offeso il diritto di ottenere un giudizio dall’Autorità competente (quella giudiziaria).
Sono fenomeni da valutare attentamente e che fanno riflettere. Ci torneremo, con maggior ampiezza; ma quando si fa tanto parlare di “cattiva” politica e del discredito che la politica riscuote
presso tanti cittadini, bisogna pensare anche a questi comportamenti, che non sono meno gravi rispetto alle spese ingiustificate, ai costi della politica, alla corruzione, agli abusi economici; perché queste condotte, oltretutto, rivelano un disprezzo per le regole e per gli stessi princìpi costituzionali che, in sé, è di estrema pericolosità, proprio perché mette in discussione il principio di uguaglianza e tende a conservare inammissibili privilegi.

Roma, Gennaio 2012