comunicati provinciali

Commemorazione Eccidio dei Cinque martiri di Ferno

L’ Anpi di Gallarate, come ormai da consolidata tradizione, parteciperà alle Celebrazioni in onore dei Cinque Martiri di Ferno e Samarate, di cui quest’anno ricorre il 66° Anniversario.

Invitiamo tutti gli Antifascisti ed i cittadini democratici a partecipare all’evento, per testimoniare la fede antifascista che è alle basi della convivenza civile del Paese, e che costituisce il valore fondante della Costituzione Italiana, prodotta anche dal sacrificio di chi seppe senza indugio scegliere (a costo della propria vita) tra anelito alla Libertà e servile acquiescenza ad un regime nefasto alimentato da odio ideologico ed arroganza del potere.

L’Anpi si batterà sempre per tenere alti i valori della Resistenza di cui è intrisa la Costituzione, e perchè la Memoria di ciò che è stato sia linfa vitale del Paese: chi non ha Memoria del passato, non ha futuro.

Saremo perciò presenti

GIOVEDI’ 6 GENNAIO

DALLE ORE 8.30 – 9.00

presso la Chiesa di Verghera, da dove inizierà il corteo.

M. Mascella

Gallarate, 4 Gennaio 2011

Per le foto dell’evento,  http://flic.kr/s/aHsjuzgjyJ

Per il video,                 http://www.youtube.com/user/allecsam1?feature=mhum

FERNO, 6 GENNAIO 2011.

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di seguito il discorso commemorativo dell’oratore ufficiale della manifestazione

Le commemorazioni, molte perché molte furono le vittime che negli anni di guerra e Resistenza caddero sotto il fuoco assassino dei nazi-fascisti, rischiano sempre di essere dei momenti retorici, che si svolgono all’ombra di monumenti e che rischiano di trasformare gli stessi protagonisti della lotta di Liberazione in monumenti e in eroi, loro malgrado.

A questa retorica da “monumento” noi contrapponiamo la figura non di monumenti, ma di uomini, di Nino Locarno, Dante Pozzi, Claudio Magnoli, Silvano Fantin e Paolo Salemi. Loro rimangono come segno, la memoria della loro presenza nella nostra storia, nella storia delle nostre cittadine rimane come racconto di con-cittadinanza e ci interroga ancora. Per questo la nostra presenza qui, oggi, non è motivata dalla ritualità, da un feticismo dei monumenti, della memoria immobile e sterile. Perché esiste un rischio di erosione, di auto-cannibalismo della memoria, che divora se stessa se rifiuta di prendere atto, di “pre-occuparsi” del rischio del suo ripetersi.

 La memoria non é una religione, con riti e icone, non é l’oggetto di un museo, la memoria ha bisogno di essere collettiva e di riconoscersi nei suoi segni, come massi carrai nella mappa della storia. La memoria ci dà la scansione storica, la memoria ed i suoi segni sono il commento dell’esperienza della specie umana: ci dicono dove siamo, dove si colloca la nostra ragione ed il nostro sentire, la nostra esperienza e la nostra cultura.

La memoria ci insegna a pensare e parlare plurale, come loro fecero allora, in una fase storica in cui la maggioranza era silenziosa e pensava al suo proprio futuro, negandosi ogni speranza.  Per questo Nino, Dante, Claudio, Silvano e Paolo rimangono come presenza di speranza, ove speranza significa capacità di indignarsi e di impegnarsi, saper leggere il passato per costruire il futuro attraverso un presente di coscienza. Per questo, per rispetto alla loro scelta ed al loro sacrificio, non dobbiamo trasformarli in icone eroiche e lontane nel tempo, ma tenerli vivi alla memoria come amici, fratelli che ci hanno anticipato nel percorso della nostra storia comune.

Perché nessuno di loro, al contrario di tanti fanatici delle imprese belliche e di tanti cantori delle gesta belliche degli altri, voleva essere eroe: volevano solo e dire solo non é sminuire, ma anzi rendere più percepibile e quindi condivisibile da tutti, specie dalle giovani generazioni, volevano solo riconquistare la loro dignità, la loro libertà, il loro diritto a disporre del futuro e facendolo insieme, uomini e donne di varie e spesso lontane origini, lo facevano per tutte e tutti noi, per quel paese che, grazie a loro, possiamo chiamare il nostro paese.

Sono loro i fratelli d’Italia grazie a cui l’Italia si ridestò. Nasce da loro quell’idea nuova di Patria che si fonda sulla giustizia, sulla convivenza civile e sulla democrazia, quell’idea di Patria che ha consentito all’Italia repubblicana di rompere con le politiche guerrafondaie del fascismo, con le leggi razziali, con la dittatura ed il silenzio imposto alla cultura, con il divieto alla libera espressione delle idee e alla libera organizzazione politica e sindacale.

Nasce da loro, dalla Resistenza, il periodo di pace, per noi, ad occidente, più lungo di tutta la storia dell’umanità, ma soprattutto nasce da loro, dalla loro Resistenza, la nostra Carta Costituzionale, la carta di identità del nostro paese che ci fa essere protagonisti della democrazia, spesso nonostante i limiti della nostra politica. Sono loro che hanno seminato e fatto germogliare quei valori di cui spesso ci si riempe la bocca proprio mentre si attuano scelte politiche che li mettono in  discussione, sono loro che hanno creduto in quegli ideali che ancora oggi possiamo indicare come valori per le giovani generazioni.

Noi possiamo solo tenere memoria del loro esempio e dimostrarci eredi degni. Non erano “eroi”, erano partigiani, perché avevano deciso di scegliere una parte ed avevano deciso di impegnarsi, a qualunque prezzo, per la parte che avevano scelto. Avevano scelto di liberarsi dal regime oppressivo di tutte le libertà che aveva afflitto il Paese per oltre vent’anni.

Avrebbero potuto, come tanti, attendere la fine di quel regime, per mano degli eserciti alleati. Avrebbero potuto nascondersi da quel regime tanto più agonizzante, quanto efferato nel colpire gli oppositori e chi li aiutava. Invece scelsero di essere protagonisti della fine della tirannia e della rinascita del Paese, scelsero di essere Partigiani.

Era il 5 Gennaio del 1945, poco più di tre mesi e l’Italia sarebbe stata completamente liberata, poco più di tre mesi ed i sacrifici dell’inverno di guerra sarebbero sbocciati nella primavera di Liberazione, poco più di tre mesi ed avrebbero vinto. Ma quel 5 gennaio  caddero vittime, loro che lottavano per la vita di tutti, della “Compagnia della morte” del “Battaglione Azzurro” della Folgore.

Compagnia della morte che alla morte avrebbe sacrificato le vite di fratelli e sorelle usati per tenere in piedi il monumento di un regime morente. Ricordava l’amico Mascella, che mi ha preceduto in questa presenza a nome dell’ANPI, la riflessione di Bertold Brecht, che ebbe a scrivere: “sfortunato quel popolo che ha bisogno di eroi” e per questo, per rispetto di Nino, Dante, Claudio, Silvano e Paolo e dei tantissimi altri ed altre che, come loro, hanno creduto nella possibilità di una identità collettiva nella quale tutti riconoscersi, di loro che hanno creduto in una Italia della quale essere fieri ed andare orgogliosi, non dobbiamo chiuderli nell’armadio dell’eroismo, consegnandoli ad una dimensione reducistica.

Ci aiutano in questo le parole raccolte nel volume “Storie e memoria della guerra e della Liberazione” pubblicato a Samarate nel 1997 e curato da Massimo Ceriani, le parole, naturali, di Carla Locarno: “ il mese di novembre le cose non andavano tanto bene, i nostri partigiani venivano a casa dalla montagna… e arriva il mese di dicembre, c’è un grosso rastrellamento e il Fagno ha sganciato tutti partigiani della Brigata Lombarda e sono venuti a casa, nascosti, non li vedeva nessuno…. Quel giorno che mio fratello con tutti i partigiani di Ferno dovevano partire per la montagna…. C’erano 60 centimetri di neve quell’anno, il 5 di gennaio …”

Parole naturali, come a raccontare di una storia dove era “normale” essere Partigiano, i nostri partigiani, perché il partigiano non era l’eroe, ma uno della comunità, uno che per la comunità si era fatto carico di andare oltre le parole, di superare il silenzio e l’indifferenza, di esprimere con la sua scelta la concretezza di una possiilità di riscatto collettivo.

Da questo rapporto naturale con le scelte che cambiavano la vita dovremmo trarre spunto di riflessione, noi che in quest’epoca piena di vuoto non lesiniamo patenti di eroismo o ergiamo a simbolo anche comportamenti che dovrebbero essere usuali in una comunità, come la solidarietà ed il rispetto, e che invece sono ormai considerati eccezionali.

E un’altra riflessione ci viene dalla dinamica dei fatti, nati dalla delazione di un giovane aviere repubblichino precedentemente catturato che, per la giovane età, ebbe salva la vita in nome della tolleranza e della comprensione, in nome dei valori di chi si era obbligato a combattere per la libertà anche sua. Errore tragico, ma esemplare della differenza tra chi aveva scelto di stare dalla parte della sicura oppressione e chi invece stava dalla parte della possibile libertà. Ancora una volta, se mai ve ne fosse ancora bisogno, un segno della differenza profonda fra chi stava da una parte e combatteva per una causa giusta di uguaglianza e libertà e chi stava dalla parte sbagliata.

Sbagliata allora, sbagliata oggi, sbagliata domani.

La differenza profonda fra chi diceva di amare la morte e la guerra e chi, amando la vita, si trovò a combattere una guerra contro la guerra e ci lasciò una eredità che si seppe tradurre nell’art. 11 della nostra Costituzione. Articolo che va ricordato anche pensando alle 35 giovani vittime del conflitto afgano: non voglio qui inserire elementi di polemica politica, voglio solo invitare chi oggi parla di questi 35 caduti come di eroi, a ricordare che si tratta di “eroi” di una scelta fatta da altri, da altri che in molti casi si sono evitati questo rischio, voglio invitrare a pensare anche alla domanda finale che rimane dopo il loro sacrificio: perché é dovuto accadere? Possibile che dopo tanti anni non siamo ancora stati capaci di costruire altre strade per la costruzione di un futuro di pace?

Vorrei solo invitare a non usare la parola “eroi” per rimuovere le domande che la loro morte ci consegna. Potremmo restare nel ricordo di quel 5 gennaio del 45, potremmo parlare di quanto seguì, degli esiti della guerra di Liberazione, dello sforzo collettivo di ricostruzione dell’unità nazionale e della ricostruzione sociale ed economica, della scrittura di una Costituzione capace di ricomprendere e contemperare, proiettandole in un futuro di progresso, le più ampie opzioni ideali, storiche, sociali, politiche e di essere frutto della Resistenza e di coloro che ne furono protagonisti anche fino all’estremo sacrificio.

Estremo sacrificio come quello dei cinque ragazzi che oggi ricordiamo. Potremmo chiudere con la storia e chiuderli dentro la storia, ma noi non siamo qui per commemorare, ma per incontrarci intorno al loro esempio, esempio di giovani, normali giovani di allora. Noi non siamo qui per ricordare il loro eroismo bellico.

Mai ho sentito un Partigiano parlare della sua esperienza con toni di vanto guerresco, mai ho sentito un Partigiano affermare che uccidere altre persone, anche in battaglia, potesse essere “normale” e questo mi e ci insegna che, quando si combatte dalla parte giusta, si riesce a non perdere la propria umanità, si riesce a non avere bisogno di sconfitti per sentirsi vincitori.

Dei Partigiani mi piace la grandezza nella modestia, quella delle parole di Carla Locarno, quel dire “non abbiamo fatto nulla di più di quel che era giusto fare”, la capacità ed il coraggio di non essere indifferenti, di rischiare se stessi non per un tornaconto proprio, ma per una speranza che costruivano giorno per giorno.

Dei partigiani mi piace ricordare la capacità di perdonare, di rispettare le vittime avversarie, ma sempre con l’attenzione a respingere gni revisionismo, a non rimuovere mai la memoria, ma a trasmetterla perché fatta più di valori che di gesta.

Ed allora una ultima considerazione: la nostra società vive momenti di difficoltà, é attraversata da domande che faticano a trovare risposte, da problemi la cui soluzione é fonte di conflitto, da insicurezza sociale, marginalità e precarietà che coinvolgono soprattutto le cittadine ed i cittadini di più giovane età o chi viene da altri paesi.

La nostra società fatica a ritrovare una analisi ed una riflessione collettiva, é attraversata da un uso eccessivamente spregiudicato della propaganda e della manipolazione delle informazioni e delle basi culturali della nostra società, sino all’uso delle religioni come strumento di lotta politica.

La nostra società fatica anche nelle sue forme più vicine alla cittadinanza, come le istituzioni locali, che hanno sempre più difficoltà a rispondere al bene comune. In questa situazione, come ANPI, ci sentiamo il dovere di un monito e di un impegno.Il monito é di evitare di ricadere nelle tentazioni demagogiche ed autoritarie che più di 60 anni fa fecero abiurare la democrazia per affidarsi a soluzioni basate su gerarchie, primazie e subalternità, presto sfociate in regime e nella negazione del diritto popolare a decidere per il futuro.

L’impegno é quello di riaffermare, valorizzare, insegnare e difendere il diritto alla democrazia, in tutti gli ambiti e le forme che i tempi ci consegnano, e di farlo insieme, ognuno con le sue idee, con il suo diritto di esporle e di lottare per la loro affermazione, unito al rispetto per il diritto degli altri di fare altrettanto. Perché sappiamo che la democrazia si fonda sulla forza delle idee e sull’impegno comune ad impedire che chiunque usi la forza, oggi non solo fisica, per imporre la sua propria idea, il suo proprio privato interesse.

Noi dobbiamo ricordare Nino Locarno, Dante Pozzi, Claudio Magnoli, Silvano Fantin e Paolo Salemi per il messaggio che hanno scritto col loro sacrificio, per essere persone, persone come noi qui oggi, che seppero trovare nelle loro idee il coraggio di impugnare la forza per negare, per sempre, il prevalere della forza sulle idee. Persone la cui memoria vive nella nostra storia, perché contribuirono a costruire quel ponte ideale su cui l’Italia poté attraversare il fiume di dolore ed ingiustizia che separava un necessario futuro libero e democratico dal presente di allora, fatto di dittatura, morte civile e sterminio pianificato.

Noi dobbiamo ricordare anche Fausto Bossi, Pierino Genoni e Giovanni Landini, che sopravvissero al combattimento, ma ci hanno lasciato negli ultimi anni e dobbiamo salutare Enrico Mazzetti, con Carla Locarno ultimi testimoni.

Dall’alto del ponte da loro costruito possiamo mantenere fermo il nostro giudizio, per impedire che la storia si riavvolga su se stessa, possiamo progettare un futuro per noi e le giovani generazioni che ci consenta di guardare avanti ed essere degni del loro sacrificio.

Dobbiamo pensare a Nino e Dante, a Claudio e Silvano e Paolo, come a dei compagni di partigianeria che ci aiutano a superare ogni indifferenza e reticenza nell’impegno civile quotidiano, nella nostra piccola lotta di Liberazione contro ogni discriminazione ed ingiustizia.

Come dice Carla Locarno “..poi, dopo che é morto mio fratello, naturalmente io ho fatto ancora un po’ di staffetta, quando c’era bisogno..”.

Carla ci parla di impegno naturale, di bisogno a cui lei rispondeva. In questa naturale disponibiltà all’impegno troviamo il messaggio più forte che ci viene dalla Resistenza, un messaggio che auspichiamo valga ora e sempre.

Per ANPI Prov.le Varese

Angelo Zappoli

Vice Pres. ANPI Prov.le Varese