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25 Aprile 2010

Riportiamo il discorso celebrativo dell’oratore ufficiale  della manifestazione, Alessio Mazza:

Il nostro Paese è una Repubblica nata dalla Lotta di Liberazione nazionale e dalla Resistenza e, non a caso, fondata sul lavoro, come recita l’Art. 1 della Costituzione.
Può apparire un’affermazione banale e scontata, ma oggi come mai nel passato, le forze più retrive della destra italiana stanno falsificando le radici della nostra Costituzione. Da più parti si cerca di nascondere la responsabilità del regime fascista che fu una sanguinosa dittatura, capace di partorire le leggi razziali, e che portò il nostro Paese ad essere alleato con la Germania nazista e a condurre una guerra mondiale che causò milioni di morti e lo sterminio del popolo ebraico, delle minoranze slave, omosessuali e di chiunque si opponesse al regime.
Si cerca di dimenticare quella che fu la storia reale che allora significò il sacrificio e l’impegno di un’intera generazione di italiani che scelsero la lotta di Liberazione nazionale per ridare la libertà al nostro Paese e per rendere la dignità ad un popolo intero.
“Se non ora, quando?” non è un semplice motto che invitava alla lotta.
Esso rappresentava una scelta finalmente libera e consapevole e ci parla di molti giovani partigiani che lasciarono le loro case per combattere contro la dittatura nazi-fascista.
Esso rappresenta ancora oggi la rinascita del nostro Paese, e anche se oggi una certa storiografia qualunquista tenta di spacciare la Resistenza come un fenomeno isolato e marginale nella Liberazione del nostro Paese: noi sappiamo che non fu così.
Un intero popolo, stanco della dittatura e lacerato da una guerra sanguinosa, trovò il coraggio e la forza di ribellarsi. Le giovani generazioni di allora furono la spina dorsale delle brigate partigiane.
E quell’invito all’impegno, che significava lottare contro l’indifferenza, rappresentò la chiave per ridare speranza all’Italia. Da allora sono passati molti anni ed il 2010 è il sessantacinquesimo anniversario della vittoriosa guerra di Liberazione del nostro Paese, della quale straordinario motore fu la Resistenza.
Il 25 aprile 1945 per le strade di Milano sfilò il Clnai (Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia), finalmente a testa alta, con un’intera città in festa, in rappresentanza di tutto il comitato di Liberazione nazionale e in tutta l’Italia l’insurrezione divampava vittoriosa, ben prima dell’arrivo degli alleati anglo americani.
Molte città si erano già ribellate ed erano state liberate dal popolo insieme ai partigiani.Segno di una nazione che trovava il coraggio per liberarsi dalla dittatura.
Sappiamo che non avremmo vinto la guerra e liberato il Paese se non ci fosse stata una grande alleanza che comprendeva tutte le forze democratiche e progressiste, ma la dignità del nostro Paese fu conquistata dai partigiani. Oggi gli attuali governi, non escluso dunque quello precedente all’attuale, tagliano i fondi alle Associazioni combattentistiche ed anche all’Anpi, mentre impazza una campagna di becero revisionismo storico che niente ha a che fare con la storia e la tradizione democratica del nostro Paese.
L’Anpi con le donne e gli uomini democratici hanno il dovere della memoria ed il dovere di dire la verità: è la vocazione dell’Anpi ad essere “coscienza critica” delle forze politiche del Paese.
E’ quella che definiamo una “Nuova stagione dell’Anpi”.
È il “se non ora, quando?” che ritorna e che è monito per le giovani generazioni.  Il dovere di ricordare quello che è stato, dagli eccidi delle popolazioni civili, ai campi di sterminio, alla dittatura, fino alla lotta di Liberazione nazionale, ci tocca da vicino e ci parla della necessità di avere sempre presente, nella nostra azione politica quotidiana, quei valori ma soprattutto quell’imperativo etico e morale.
Scegliere da che parte si sta, non essere indifferenti alle sofferenze e all’ingiustizie, lottare per un mondo migliore e per un Paese più libero e più giusto.
“Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.”
Lo scriveva Antonio Gramsci l’ 11 febbraio 1917:
“L’indifferenza è il peso morto della storia. L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. È la fatalità; è ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che strozza l’intelligenza. […] Tra l’assenteismo e l’indifferenza poche mani, non sorvegliate da alcun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa; e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia altro che un enorme fenomeno naturale, un’eruzione, un terremoto del quale rimangono vittime tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto anch’io il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo?
Nella città futura…
“non c’è  nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti”.
Oggi la nostra lotta di Liberazione è non violenta, tutta protesa allo studio e all’impegno e prende le forme del dibattito libero, della libera scelta dei propri rappresentanti, della possibilità di poter incidere nelle scelte, di vivere in una democrazia compiuta.
Un popolo che non vigila sui propri governanti è condannato ad essere schiavo, e noi non abbiamo bisogno di essere schiavi, vogliamo combattere per essere liberi, non per cambiare padrone ogni cinque anni.
Oggi è partigiano chiunque abbia abbastanza sensibilità da non volgere lo sguardo altrove, da non premersi le mani sulle orecchie e sulla bocca, chiunque abbia il coraggio di dire “bella ciao”, chi riesce ad utilizzare un nuovo e straordinario vocabolario che fonde poesia, ribellione, politica e storia.
L’ Associazione Nazionale dei Partigiani d’Italia è il luogo naturale dove portare avanti la memoria storica dei fatti, ma ogni luogo di vita delle persone, ed in particolar modo, delle giovani generazioni, è essenziale per far vivere quegli ideali di libertà e di democrazia.
E sono luoghi le scuole e le università, dove è necessario affrontare la deriva di uno studio revisionista in una sola direzione, e promuovere iniziative.
E ai più giovani necessita comprendere che non c’è futuro solido e desiderabile se non lo si costruisce su di un patrimonio ideale alto e senza ispirare ad esso la loro vocazione all’innovazione.
I valori della Resistenza sono i nostri valori e l’impegno di quei ragazzi di allora è il nostro impegno e i nostri valori si legano a quel senso di libertà e di dignità universale.
Bisogna difendere la democrazia, rinnovarla con la rigenerazione della politica e dell’etica pubblica, affinché i partiti – fulcro indispensabile – non più chiusi nelle istituzioni e nei centri di potere, si aprano con trasparenza alla società, cambino i metodi di governo, interpretino i bisogni dei cittadini e vi rispondano con progetti e programmi adeguati a risolverli, e con nuova vitalità e credibilità siano impegnati nella ricerca del bene comune.
Di questo c’è bisogno affinché i cittadini siano protagonisti: contro la guerra e il terrorismo; della sicurezza; della salvaguardia della salute e dell’ambiente; di una giustizia e di un’informazione al servizio dei cittadini e non asservite al potere; della difesa e dell’estensione dei diritti sociali e civili, fonti di dignità, libertà e condizione di inclusione sociale e non di discriminazione delle fasce deboli della popolazione a partire dai cittadini stranieri immigrati.
Lottare per la Resistenza oggi significa lottare contro l’indifferenza e promuovere lo studio e il diritto allo studio per tutti, soprattutto per i ragazzi che provengono da situazioni sociali più difficili, come impone l’Art. 34 della Costituzione. Bisogna avere la capacità di stabilire un rapporto intenso con la società, a partire dalle istituzioni scolastiche e formative nelle quali studenti ed insegnanti siano protagonisti di un movimento di lotta contro le politiche governative che impoveriscono la scuola pubblica e le università, per una più alta qualità dell’istruzione e per far sì che essa sia sempre più occasione di promozione sociale e di integrazione.
Lottare per la Resistenza oggi significa porre le condizioni, attraverso il voto popolare e pacificamente, affinché si giunga ad un nuovo governo che non calpesti ogni diritto sociale e civile del nostro Paese, come sempre più spesso sembra avvenire ultimamente. Lottare per la Resistenza è sapere che ogni torto commesso alle persone più deboli è un male che si perpetra all’intero corpo sociale e che ci deve interessare prima di tutto la sorte di chi rimane indietro. Lottare per la Resistenza è fare dell’Italia un Paese libero ed aperto alle persone di ogni sesso, colore, religione, cultura e di rendere plurale e integrata la nostra comunità.
Lottare per la Resistenza oggi significa difendere ed ampliare i diritti delle lavoratrici e dei lavoratori: come durante il regime si eliminarono con la violenza i sindacati liberi, oggi si tenta di mettere a tacere i sindacati confederali che lottano per difendere i lavoratori. Lottare per la Resistenza oggi significa pensare che tutto il mondo ci riguarda e che la nostra generazione ha il compito di difendere e di ampliare i diritti che i partigiani conquistarono con il loro impegno, il loro coraggio e la loro lotta.
È necessario anche che la speranza che cammina nelle grandi mobilitazioni della società civile riprenda quel ruolo da protagonista che le spetta di diritto e ragione.La bandiera della democrazia e della giustizia è anche nelle loro mani, di chi ha un nome e un volto, di uomini e donne oneste che percorrono strade la cui meta è la stessa che fanno i nostri passi. Anche a loro va la nostra speranza, che possano portare quella bandiera là dove deve stare e che si possano organizzare nelle città come ieri sulle montagne.Tornando ad una politica genuina, che possa prendere coscienza dell’altro con il bene pubblico anteposto agli interessi personali.
La ribellione, così come la lotta, non riguarda la lingua con cui essa si esprime, ma riguarda la dignità degli esseri umani.
La rivoluzione dei compagni che dal Chiapas fino alla Palestina conducono da anni, riguarda anche noi, perché il moto di un astro fa parte del moto di tutte le stelle, quindi la lotta per la dignità in una parte del mondo fa grande la dignità e la memoria di tutti i popoli.
È per noi Partigiano, oggi, chi ha scelto la politica dell’ascolto disposta ad esplorare le strade di un’altra democrazia che non sia necessariamente solo quella elettorale avvinghiata nell’abbraccio mortale dei mezzi di comunicazione. Per questo vorremmo conoscere e magari anche condividere la lotta di tutti i cuori onesti e nobili in qualsiasi parte vivano e lottino.
Chi ha combattuto e ha dato la propria vita per la libertà, la giustizia, la democrazia e per una società migliore deve essere ricordato oggi e per sempre.
Riflettiamo dunque e riprendiamoci con estrema avidità quella memoria storica antifascista che spesso si assopisce per un futuro che tocca solo di striscio il presente e non ha tempo di pensare al passato.
C’è necessità di non dimenticare perché non è né banale né retorico definirsi antifascisti!

W la Lotta di Liberazione!

W la Resistenza!

W l’Italia democratica e repubblicana!!!

Alessio Mazza
Gallarate, 25 Aprile 2010

Qui di seguito l’intervento di apertura pronunciato da uno studente delle scuole medie superiori di Gallarate:

25 Aprile: celebrazione definibile, in una parola, come ricorrenza dell’attuazione della democrazia. Una svolta storica per il nostro Paese, che, con la Costituzione Repubblicana e relativa Carta Costituzionale, si è avviato alla realizzazione dei suoi principi fondanti.
Un’ottica nella quale l’autorità politica trova fondamento nella protezione dell’ordine costituzionale, inviolabile; finalità al di sopra di qualsiasi differente interesse personale di chi la esercita.
Un evento indubbiamente decisivo per la storia nazionale, ma, al contempo, considerabile sotto un’ottica ben più ampia, poiché espressione del costituzionalismo contemporaneo, il quale nasce con un’impronta universalistica: tutti gli esseri umani sono ugualmente dotati  di alcuni diritti “inalienabili”, oltre che di precisi doveri sociali, come affermato dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo stipulata dall’Assemblea dell’ONU.
La nostra Costituzione nasce, infatti, al termine di quel fondamentale tornante storico che è la II Guerra Mondiale: l’articolo 11 con il ripudio della guerra e l’accettazione delle limitazioni di sovranità, costituisce un rifiuto diretto ad un simile fenomeno, poiché ci proietta in un’ottica di pace, e giustizia, internazionale, costituendo, inoltre, la nostra “clausola europea”, su cui si è fondato il cammino compiuto fino al sorgere dell’Unione Europea.
“Libertà di espressione, libertà di religione, libertà dal bisogno, libertà dalla paura, everywhere in the world”: queste parole, nucleo del celebre discorso delle “quattro verità” pronunciato nel gennaio 1941 dal presidente americano Roosvelt, ben rappresentano quel sentimento planetario che ha condotto al costituzionalismo moderno, e che proprio nella costituzione trova presidio e difesa.
Ed uno dei frutti maggiormente rappresentativi di questo processo, possiamo affermarlo con orgoglio, è la Repubblica Italiana. Questo, dunque, è il patrimonio che abbiamo ricevuto.
Io oggi sono qui a parlare a nome degli studenti: è un compito arduo, data la grande eterogeneità della nostra composizione; differenze che facilmente, date le peculiarità dell’età giovanile, si estremizzano.
Il mio impegno, il mio obiettivo, pertanto, è di parlare senza alcuna strumentalizzazione politica relativa agli eventi che qui celebriamo, non certo per decontestualizzarli, quanto, piuttosto, al fine di andare a cogliere l’essenza di un’eredità che sia condivisibile da ogni componente di questo gruppo così profondamente, in numero e qualità, differenziato che è il mio.
Perché il valore di questa giornata è, alla luce delle difficoltà in cui versiamo, un aiuto di importanza tale da non dover essere trascurato da nessuno.
Costituzione, democrazia: questi doni, che la storia ci ha consegnato, sono oggi a rischio. Chiare agli occhi del mondo sono le difficoltà, le degenerazioni in cui incorre il nostro paese; il desiderio di porvi rimedio unito  ad una sfiducia nei confronti della costituzione della democrazia partecipativa  porta, in taluni casi, all’aspirazione al ricorso ad un “dittatore illuminato” al quale garantire il pieno potere di decidere e governare.
Ma questa non sarebbe, forse, una sconfitta per tutti noi? Possibile che non siamo in grado di utilizzare i sistemi conquistati con fatica dal nostro popolo e lasciateci in eredità, ma che, piuttosto, siamo costretti a rifiutarli, negandoli?
Ebbene, sta a noi, e con “noi” mi riferisco, in particolar modo, alla mia generazione: la costituzione ha valore se siamo noi a conferirgliene; la democrazia è tale solo se noi lo desideriamo e ci impegniamo per renderla effettiva.
Non possiamo arrenderci ad una democrazia che si limita ad uno scontro, aggressivo e inconcludente, tra le parti, nella ricerca spasmodica della denigrazione e conseguente annullamento dell’avversario.
Se vogliamo novità, se vogliamo sviluppo, se vogliamo realizzare i fondamenti della Repubblica, dobbiamo dedicarci, attivamente ma con umiltà, al confronto, al compromesso, a rispettare ed ascoltare tutti, avendo il coraggio di riconoscere ciò che di giusto c’è in ogni voce, da un antipodo all’altro.
Questo, è un autentico rifiuto dei principi della dittatura. Non è tutto. La creazione di una Costituzione attribuisce alla politica un ruolo non limitato alla semplice difesa delle condizioni materiali minime della convivenza, quanto, piuttosto, di promozione dell’eguaglianza, della libertà, non indiscriminate ma governate dalla giustizia.
Questi valori, gli stessi che hanno ispirato gli eventi che ricordiamo, costituiscono il dono più prezioso che quest’oggi possiamo avere la fortuna di ricevere.
Eguaglianza: richiama quei diritti fondamentali e inalienabili, “economici, sociali, e culturali indispensabili alla dignità ed al libero sviluppo della personalità” di ciascuno, che, come detto in precedenza, sono la profonda base del costituzionalismo.
Libertà: è questo un valore così fondamentale da rendere impossibile rinunciarvi, a costo di prendere le armi per difenderlo o per conquistarlo.
Eppure, oggi, non ne abbiamo la minima considerazione, poiché non sappiamo più cosa significhi “libertà”. Il significato che, in particolare, la mia generazione le attribuisce è la possibilità di vivere, per un tempo che sia il più lungo possibile, in uno spazio onirico, offerto dalle realtà virtuali, dalla tv spazzatura, da situazioni estreme, di pericolo, dalle droghe, dove l’autocoscienza, con dolori e affanni, sia momentaneamente sospesa.
È un’idea profondamente distorta, derivata da uno svuotamento di qualsiasi valore che comporti fatica, sacrificio, e non fornisca piacere immediato.
Non c’è miglior modo che guardare la nostra storia, in particolare quel che oggi celebriamo, per imparare il significato di “libertà”: ascoltare ed essere ascoltati, realizzare le proprie aspirazioni (sempre nel rispetto altrui), lavorare e faticare per il bene dei nostri cari, della nostra comunità, dare il proprio personale e, in quanto tale, unico, specifico contributo per il bene comune.
Che la storia possa esserci magistra vitae.
Giustizia, infine, il cui valore è descrivibile con rapida efficacia: quel che celebriamo è un sistema in cui non deve vigere la legge del più forte, ma, invece, quella del più giusto.

Lorenzo Gianquintieri
Gallarate, 25 Aprile 2010