riflessioni

Cile. Per non dimenticare

Il 9 settembre 1973 è una domenica.

Il generale Augusto Pinochet Ugarte e il comandante dell’aeronautica Leight ricevono un messaggio del vicecomandante Merino. ”Gustavo e Augusto– dice nella lettera Merino- vi comunico che il D.Day è fissato per l’11 settembre a partire dalle 6 del mattino. Se pensate di non poter schierare tutte le forze di cui disponete a Santiago, chiaritemelo sul rovescio del foglio. L’ammiraglio Huidobro è autorizzato a discutere e a mettere a punto ogni dettaglio. Vi saluto con amicizia e con speranza. Merino”. Sul retro c’è un post scriptum indirizzato proprio a Pinochet. “Augusto, questa è l’ultima occasione. Se a Santiago tutto l’esercito non sarà con te fin dal primo momento, per noi sarà la fine. Pepe”. I generali Leight e Pinochet si scrutano, osservano in modo attento il dispaccio, non si perdono neppure una parola. Alla fine, sottoscrivono l’accordo e imprimono sul documento il timbro del Comando in Capo dell’Esercito del Cile.

11 settembre 1973.

Alle sette e trenta, il Presidente Allende entra dal cancello principale della sede del Governo con le auto in carovana, scende dalla vettura e sale per l’ultima volta la scala di marmo che porta al primo piano. “Il posto del Presidente è il Palazzo della Moneda, nessun altro”.

Alle sette e cinquantacinque, Allende prende il microfono e diffonde la sua prima comunicazione. Annuncia l’infedeltà alla democrazia delle truppe della Marina e chiede ai cittadini di raggiungere i propri posti di lavoro, mantenendo la calma.Gli aerei militari volano sempre più bassi sopra la Moneda.

Allende, i suoi consiglieri, la guardia presidenziale (Gap)sono appostati all’interno del palazzo. I Carabinieri e la Polizia Civile presidiano ormai buona parte della città. Il Presidente è ancora seduto nel suo ufficio con il microfono in mano.“ In questo momento passano gli aerei. E’ possibile che ci bombardino. Però sappiate che restiamo qui per dimostrare, per lo meno con il nostro esempio, che in questo Paese ci sono uomini che sanno compiere il loro dovere…”.

Allende è preoccupato per le sorti del Paese ma non perde la calma. Prende il fucile Aka e se lo mette in spalla. Sull’impugnatura dell’ arma, si può scorgere una placca di bronzo con la scritta:

“A Salvador, dal suo compagno d’armi Fidel Castro”. “…..Lavoratori della mia patria, donna modesta, contadina, operaia, professionisti, patrioti, mi rivolgo a coloro che da giorni stanno lavorando contro la sedizione appoggiata dai collegi professionali, collegi di classe creati anche per difendere i vantaggi di una società capitalista. Mi rivolgo alla gioventù, a coloro che cantarono e donarono la loro allegria ed il loro spirito di lotta; mi rivolgo all’uomo del Cile, all’operaio, al contadino, all’intellettuale, a coloro che saranno perseguitati, proseguite voi, sapendo che, non tardi ma molto presto, si apriranno i grandi viali alberati dai quali passerà l’uomo libero, per costruire una società migliore. Viva il Cile, viva il popolo, viva i lavoratori!…queste sono le mie ultime parole, ho la certezza che il sacrificio non sarà vano. Ho la certezza che, almeno, ci sarà una sanzione morale per punire la fellonìa, la codardia ed il tradimento”.

Un silenzio sorprendente resta sospeso nell’aria di Santiago del Cile quando Allende ritiene di aver finito il suo discorso. Il suo ultimo appello al Paese. Poi giunge la morte, improvvisa, fulminea. Gli aerei colpiscono la Moneda, il fumo acre, i blindati dei Carabinieri si fanno sempre più pressanti, i collaboratori di Allende escono dal palazzo.Il presidente non si arrende. Le quattordici e un quarto. Allende si uccide con l’ultima pallottola rimasta nel suo Aka. Proprio come ha promesso ai militari infedeli. Si uccide perché non intende dargliela vinta………

Sono ormai trascorsi trentasei anni, e la vita di molti è radicalmente cambiata da quel tragico giorno e i morti ammazzati dell’11 settembre non vanno dimenticati. Non va dimenticato neppure il coinvolgimento dell’allora presidente Richard Nixon e di Henry Kissinger, non vanno dimenticate le torture e le sevizie ai prigionieri cileni da parte dei soldati di Augusto Pinochet. Non vanno dimenticate tante cose, che la storia siamo noi a farla e la storia ci giudicherà. Non possiamo neppure dimenticare il quotidiano 11 settembre che si respira nelle strade della Palestina e di Israele, l’11 settembre iracheno, con il dolore di madri e figli.…ma questa è un’altra storia….

 WE WILL NEVER FORGET. GOD BLESS AMERICA!

Alessio Mazza

Segreteria ANPI Gallarate

Gallarate, 11 Settembre 2009