riflessioni

I cittadini europei hanno il diritto di scegliere il Governo dell’Europa

Come era ampiamente previsto l’astensionismo in queste elezioni europee del 2009 è aumentato: siamo scesi al 43% circa dei votanti, una continua discesa dal 62% della prima elezione del 1979 che aveva suscitato tanto entusiasmo perché gli europei attribuivano al ‘loro’ Parlamento (il primo Parlamento soprannazionale della storia) un ‘ruolo costituente’, il mezzo che ci avrebbe portato agli Stati Uniti d’Europa.

Se invece l’astensionismo cresce e, di più, aumentano i voti dei partiti ‘euroscettici’e xenofobi (possono contare ora su una cinquantina di parlamentari) deve esserci una ragione. La gente è più saggia di quanto non si creda: quando vota per il sindaco o per il presidente della regione, tutto ciò ha un impatto diretto. E sa anche che questo impatto diretto si ritrova nell’elezione di un governo o di un capo dello stato.

Ma quando vota per le elezioni europee, sa che non esiste un governo europeo, e ne ricava una impressione molto più indefinita. La gente andrà a votare veramente quando saprà che il proprio voto servirà a formare una ‘maggioranza europea di governo’. .

Infatti il punto centrale è la posta in gioco: nelle elezioni nazionali la posta in gioco è il governo del Paese, la stessa cosa avviene per quelle locali. Nelle elezioni europee non c‘è posta in palio, o non è chiaro quale sia. E se la posta in palio non è il ‘governo europeo’ è chiaro che l’interesse svanisce, le elezioni vengono viste come un grande sondaggio sul governo nazionale in carica.

E’ così in tutti i Paesi, non solo in Italia. La domanda allora diventa: ma perché i partiti nazionali/europei non hanno presentato programmi europei e non hanno indicato chi è il loro candidato alla Presidenza della Commissione europea?

La risposta è duplice: a) preferiscono mantenere la propria ‘sovranità’ di partito nazionale e quindi non delegare poteri al ‘loro’ partito europeo; b) di conseguenza, lasciano che siano i rispettivi governi nazionali a decidere la spartizione delle cariche europee, cosa che viene fatta attraverso quel metodo che in Italia si chiama ‘consociativismo’, cioè un accordo in base al quale se ad uno tocca la Presidenza del Parlamento all’altro deve toccare quella della Commissione, e via di seguito; e questo indipendentemente dal voto elettorale, ma sulla base dei complessi equilibri tra Paesi grandi e piccoli, Paesi mediterranei o nordici, ecc.

L’accordo alla fine non può che essere sul minimo denominatore comune, quindi su un personaggio possibilmente scialbo, che non crei problemi ai governi nazionali.

Così in questo modo conservano il potere reale nei loro Paesi. A parte Jacques Delors, non abbiamo mai avuto, da trenta o quaranta anni un Presidente della Commissione che fosse di alto profilo.

Semplicemente perché ogni volta che un paese manda qualcuno a Bruxelles, tutti si accertano che si tratti di qualcuno di assolutamente mediocre, in modo da non fare ombra agli altri, ma anche per assicurarsi che la Francia, la Gran Bretagna, la Germania, l’Italia mantengano la loro autonomia e non debbano aver a che fare con un vero e forte potere a Bruxelles.

Anche  questa volta i partiti si sono comportati allo stesso modo. Ad esempio il PSE avrebbe potuto presentare un programma ed indicare un leader europeo da contrapporre alla possibile riconferma di Barroso (PPE) alla guida della Commissione.

Sarebbe stato un fatto nuovo, eclatante, che avrebbe mostrato una vera competizione europea attorno al potere della Commissione, per il ‘governo dell’Unione’. La gente avrebbe capito che questa volta c’era una posta in palio e che bisognava scegliere. Sarebbe nato l’interesse per l’Europa e, per tal via, il potere democratico europeo. Ma così – ancora questa volta – non è stato.

E chi ha pagato di più sono stati proprio i socialisti europei. Avendo deciso di non combattere, non potevano che perdere. Ci si chiede, però, se questo sistema poco democratico – che esclude, nei fatti, il popolo europeo dalle scelte del governo dell’Europa – possa ancora reggere.

Probabilmente è giunto alla fine perché le contraddizioni tra la dimensione dei problemi – europei e mondiali – di fronte ai quali si trova l’Unione e l’inadeguatezza della risposta cresce ogni giorno. I problemi della crisi economica internazionale sono ancora tutti lì sul tavolo, con la recessione produttiva in pieno corso ed il forte calo occupazionale in arrivo dopo l’estate.

Ed allora il neo-Parlamento potrebbe – se lo vuole – affrontare la questione in modo nuovo.Potrebbe innanzitutto rivendicare a se stesso la scelta del presidente della Commissione (e dei commissari), annunciando che boccerà un qualsiasi nome alla Presidenza della Commissione proposto dal Consiglio europeo se non è concordato preventivamente con il Parlamento.

Secondo, il Parlamento può chiedere un’immediata e radicale riforma del bilancio dell’Unione e quindi delle politiche comuni: spesa flessibile e discrezionale, nessuna rigida ripartizione per destinazioni nazionali, vere fonti di entrata europea, nuove risorse per attuare le politiche comuni previste dai Trattati e finora impedite dal Consiglio.

In pratica sarebbe il Parlamento a controllare e decidere la spesa, come all’alba della rivoluzione borghese inglese del ‘600, contro il potere assoluto del sovrano (oggi: gli Stati nazionali). Se questo dovesse accadere l’elezione europea del 2009 sarà ricordata non per l’assenteismo, l’avanzata della destra xenofoba, ma come l’inizio della rivoluzione europea.

Antonio Longo

Segretario Cittadino Movimento Fedralista Europeo

Gallarate, 12 Giugno 2009