riflessioni

Il fascismo di Salo’ spiegato a La Russa e Alemanno

Il fascismo di Salò spiegato a La Russa e Alemanno

Dopo aver ascoltato, in occasione della ricorrenza dell’8 settembre, le provocatorie prese di posizione del ministro della difesa e del sindaco di Roma sulla repubblica di Salò e, più in generale, sul fascismo, di cui questi esponenti di primo piano della destra attualmente al governo hanno operato, se non un’aperta apologia, una parziale ma sostanziale rivalutazione, è lecito domandarsi di quale insano miscuglio di cecità storica e di arroganza politica esse siano il prodotto. Osservo, fra l’altro, che l’apologia di fascismo non solo si configura come un reato penalmente perseguibile, ma assume anche una gravità senza precedenti quando il responsabile del potere esecutivo di una nazione democratica, che trae la sua legittimità politica e morale dalla Resistenza, possa dare àdito ad un simile sospetto. Esprimo, pertanto, il mio apprezzamento per il fermo e chiaro discorso del Presidente della Repubblica, il quale ha ribadito il netto rifiuto di ogni equiparazione storica e politica fra i caduti della R.S.I. e i partigiani che lottarono contro il nazifascismo. In questo paese singolare che è l’Italia, ben rappresentato sul piano simbolico dal personaggio di Pinocchio, il cui primo atto di ‘insubordinazione’ fu, è bene ricordarlo, l’atto di vendere l’abbecedario (grande Collodi!), ci troviamo, ancora una volta, nella necessità di… spiegare a un ministro del governo e al sindaco della capitale il fascismo di Salò. Sarà bene, allora, rinfrescare la memoria sia delle ‘teste (troppo) vuote’ che delle ‘teste (troppo) piene’, sottolineando, in primo luogo, che la Repubblica di Salò fu il simulacro di un governo, in quanto fu un regime privo di qualsiasi autonomia e letteralmente avvinghiato all’alleato tedesco, dunque formalmente presente solo nelle zone presidiate dalle truppe di occupazione germaniche, senza le quali la R.S.I. non sarebbe sopravvissuta neppure per quella breve stagione (settembre 1943-aprile 1945). Si trattò, pertanto, della tipica commedia di un governo fantoccio, caratterizzato da un umiliante servaggio verso il padrone tedesco, costretto a mendicare ai nazisti minimi spazi di autonomia politica e amministrativa, che peraltro non ebbe mai, impegnato nel parodistico e fallimentare tentativo mussoliniano di recuperare il programma sociale del fascismo delle origini, naufragato tra farsa e tragedia; un governo privo di un esercito proprio, che non poteva più esservi e che fu sostituito dalla militarizzazione di ciò che rimaneva del partito fascista, ossia dalle milizie nere nelle loro diverse articolazioni: basti pensare al “reparto servizi speciali”, impegnato nelle peggiori efferatezze che mente umana possa concepire contro i partigiani e contro la popolazione civile. Come dimenticare, poi, le famigerate SS italiane? Mi riferisco ai ventimila scherani che così solennemente giurarono: “Davanti a Dio presto questo sacro giuramento: che nella lotta per la mia patria italiana contro i suoi nemici sarò in maniera assoluta obbediente ad Adolf Hitler, supremo comandante dell’esercito tedesco e che, quale soldato valoroso, sarò pronto in ogni momento a dare la mia vita per questo giuramento”. Questi semplici, ma essenziali, richiami storici sono sufficienti a dimostrare in modo inequivocabile che l’alleanza tra l’Italia fascista e la Germania nazista non è stata un incidente della storia, ma l’esito fatale e inevitabile dell’ideologia e della pratica del fascismo. Orbene, è a costoro, è ai reduci di Salò di tutte le risme (dalle brigate nere alla X Mas, dalla legione Muti alla Guardia Nazionale Repubblicana, alle forze di polizia, ai banditi di Mario Carità e a tutte le formazioni che andarono a costituire il “corpo ausiliario delle squadre d’azione delle camicie nere”) che il precedente governo Berlusconi avrebbe voluto riconoscere lo ‘status’ di militi belligeranti, sancendone così la completa equiparazione, morale e materiale, alle formazioni partigiane; è a questi alleati e strumenti del nazismo che si vorrebbe tributare quel riconoscimento postumo che i fautori della pacificazione pensano sia dovuto ai caduti della repubblica di Salò, dimenticati da una storia a senso unico scritta dai vincitori (“Non ho detto nulla di diverso da quello che ha scritto Pansa”: in tal modo si è giustificato il ministro La Russa). È chiaro, peraltro, che simili velleità revisionistiche non hanno per posta soltanto lo stato giuridico degli individui che si schierarono con i fascisti e con i nazisti contribuendo attivamente affinché 40.000 italiani venissero deportati nei campi di sterminio, mentre 650.000 soldati italiani marcivano nei campi di prigionia in Germania. Il bersaglio, l’obiettivo vero è la messa in discussione dei fondamenti dello Stato repubblicano, la sua identità e la sua legittimazione storica. L’obiettivo degli esponenti ‘post-fascisti’ del governo più reazionario che abbia mai avuto la nostra repubblica non è riscrivere la storia di ieri, ma plasmare quella di domani, facendola deragliare dai binari dell’antifascismo. Questo, in definitiva, è ciò che si nasconde dietro quelle prese di posizione e dietro la retorica sulla pacificazione che le ha preparate e rese possibili. «Fascismo e antifascismo sono una coppia indissolubilmente unita: insieme vivono e insieme muoiono», asseriva Fini al congresso di Fiuggi nel 1995; «l’antifascismo è sopravvissuto per cinquant’anni alla morte del fascismo per ragioni internazionali e interne oggi non più presenti». E concludeva in questi termini: «È tempo che l’antifascismo raggiunga il fascismo perché entrambi affrontino il giudizio della storia…» e si costruisca finalmente una memoria condivisa. Dunque, in base a questa visione strabica, fascismo e antifascismo diventano scelte equivalenti, separate da un esile diaframma fatto di casualità e condizionato da episodi inscritti nelle biografie personali. Vi è però, in un simile modo di considerare il problema, una plateale mistificazione, quella di cui parlava Giovanni De Luna a proposito del pietoso indugiare sui “ragazzi di Salò”, quasiché quella vicenda fosse confinabile nella dimensione adolescenziale dei ragazzi della via Paal: tutti bambini irresponsabili. Laddove ciò che viene svilito è il senso di una scelta dirimente fra chi si compromise fino in fondo con il fascismo e chi, come recitano le parole che Italo Calvino regalò ad una bella canzone della Resistenza, “prese la strada dei monti”. I morti saloini sono uguali ai morti partigiani sul piano della pietà, ma non sul piano della storia. Nessun revisionismo potrà mai cancellare il significato ‘toto coelo’ diverso e incommensurabile delle scelte che, tanto nel metodo quanto nel merito, furono allora compiute: scelte di servitù e di oppressione, da un parte, di libertà e di giustizia, dall’altra; scelte il cui valore, essendo perenne, come non è modificabile in sede di giudizio storico e politico, così non è alterabile in sede di giudizio etico e civile.

Mercoledi 10 Settembre 2008

Eros Barone

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